Siamo ad uno storico distacco, ancora inavvertito eppure definitivo, dai combustibili fossili. Ci si può anche non accorgere e nutrirsi di notizie secondarie da cui fanno capolino felpe, divise, sorrisi improbabili, con sullo sfondo immigrati o striscioni xenofobi. Ma non è facile staccarsi dalle immagini delle ragazze e dei ragazzi che hanno invaso con la loro creatività critica le piazze del mondo civile e nemmeno da quelle più sofferte, ma inesorabili, che ad ogni fine settimana riempiono Parigi di gilet gialli. Le prime avvertono che non abbiamo più tempo e le seconde che è impraticabile la via di far pagare ai più indigenti il necessario cambio di un paradigma che si è fondato sulla rapina della natura e l’intensificazione dello sfruttamento del lavoro. A distanza di quattro anni, l’Enciclica Laudato Sì ritorna perfino più attuale: ingiustizia climatica e sociale sono il tema e la sfida di quel che rimane del nostro tempo. Sarebbe bene che la politica cominciasse ad occuparsene e a fornire risposte che non si rifugiano in un negazionismo irritante, che perde improvvidi sostenitori ogni giorno, a fronte dell’evidenza. Proviamo a fare i conti con la realtà e le previsioni più accreditate e constatiamo che per tanti governi, come il nostro, tra il dire e il fare c’è ancora di mezzo un mare… attraversato da petrolio e gas fossile.

Secondo la ricerca pubblicata dall’European Heart Journal, l’inquinamento atmosferico sarebbe causa di circa 800.000 morti premature in Europa ogni anno. Un bilancio sinistro, che arriva a circa 9 milioni su scala mondiale. Per gli autori dello studio, il miglioramento della situazione riguarda prima di tutto l’abbandono di un modello di sviluppo basato sui combustibili fossili. Per quanto riguarda il clima, secondo il Global Energy Perspective di McKinsey 2019, il mondo si potrebbe salvare solo se, dopo oltre un secolo di crescita costante, la domanda globale di energia dovesse ottenere il suo picco attorno al 2030, anche nel caso in cui le popolazioni crescano e diventino più benestanti. Per le emissioni di carbonio il primo calo dovrebbe avvenire a metà del 2020 ed un calo di circa il 20% entro il 2050. Ma potrebbe non bastare: in ogni caso risulta determinante il passaggio dai combustibili fossili all’eolico e al solare, con un aumento, dal 2015 al 2050, di almeno un fattore di 13 e 60 rispettivamente, mentre già nel 2035 le due fonti naturali dovranno rappresentare più del 50% della generazione.

Se queste sono le previsioni che provengono da fonti insospettate, dobbiamo sapere che il modo in cui alimentiamo i mezzi di trasporto, riscaldiamo le nostre case, alimentiamo le nostre industrie, rivediamo i nostri stili di vita si trasformerà radicalmente. La crescita della domanda di petrolio e carbone dovrebbe così rallentare, con il picco del petrolio all’inizio degli anni 30. La domanda di gas è prevista in lenta crescita solo fino al 2035 e, successivamente, in calo. Il primo obiettivo che ogni Paese dovrebbe proporsi oggi è quindi una rapida transizione energetica per contenere al massimo gli effetti di un brusco cambiamento climatico.

Il governo gialloverde, così impegnato nel respingimento dei migranti, ha presentato solo a dicembre 2018 il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima. Piano richiesto dalla Ue e che, contrariamente ad ogni ragionevole aspettativa, non prevede e tantomeno propone una forte riduzione dell’uso dei combustibili fossili né una forte espansione delle rinnovabili. Il Piano si spinge al 2040, prevedendo che la fonte prevalente di energia primaria siano ancora i combustibili fossili (circa 65%). L’uscita dal carbone è prolungata di cinque anni rispetto alle indicazioni per una dead line al 2035; il petrolio diminuisce solo da 36% al 31%; il gas rimane addirittura invariato al 37% e le rinnovabili aumentano soltanto dal 18% al 28%. Questi dati sono molto deludenti e sono criticati con decisione da un gruppo di docenti e ricercatori di Università e Centri di ricerca che attacca la decisione di “facilitare e potenziare, anziché di limitare, l’approvvigionamento e l’utilizzo di gas e petrolio”. Non si capisce, quindi, come faremmo a limitare drasticamente, se non eliminare, i combustibili fossili entro il 2050. Risulta così un evidente avallo alla costruzione di infrastrutture (come la Tap) per fare dell’Italia un hub del gas, mentre la vera sicurezza energetica, quella che potrebbero fornirci le energie rinnovabili, non viene perseguita.

Per quanto riguarda la riduzione delle emissioni, il Piano si adagia sulle prescrizioni della Ue (riduzione delle emissioni del 40% al 2030), mentre il Parlamento europeo ha già chiesto che la riduzione sia portata al 55%. La pressione delle lobby ha fatto sparire la carbon tax, mentre rimangono saldamente in piedi le reti di teleriscaldamento alimentate da centrali termoelettriche a cogenerazione, biomasse, o termovalorizzazione dei rifiuti. In un prossimo post esamineremo gli effetti del piano sui trasporti e in uno ancora successivo le soluzioni di politica economica e industriale, nonché gli indirizzi di politiche sociali che possano dar gambe a soluzioni efficaci, anziché ad incauti sberleffi all’audacia degli studenti che il 15 marzo hanno invaso le città italiane.