A vederlo al Palazzo Ducale di Genova, venerdì pomeriggio, apparentemente a proprio agio mentre Lucio Caracciolo l’intervistava, nessuno avrebbe mai sospettato la guerra che infuriava attorno al suo governo. L’Avv. Prof. Giuseppe Conte, al pubblico che affollava la Sala del Gran Consiglio, ha snocciolato l’intero rosario delle sue rassicurazioni, fra Padre Pio e Walter Veltroni: ma sì, stiamo in Europa ma anche con Trump; vogliamo la Via della Seta cinese ma anche il ritiro delle sanzioni a Putin. E veniva da pensare allo strano destino di questo avvocato di provincia, che svetta sui propri partner di governo proprio per la professionalità con cui li sa tranquillizzare mostrandosi informatissimo sui dossier delle loro liti.

Commentando l’evento per il Secolo XIX di sabato, azzardavo: «Quando c’è da mediare, da rassicurare, da parlare d’altro, chi mai potrebbe fare meglio dell’avvocato del popolo?» Non potevo immaginare che, nello stesso fine-settimana, avrebbe disinnescato la mina-Tav con un gesto di prestidigitazione giuridica, subito qualificato dagli oppositori, rosicando, come un escamotage (il francese fa sempre fine) o una supercazzola (detto da Renzi, un artista nel genere). Per un giurista, il minimo sindacale: bastava documentarsi sul diritto francese, procedere con i bandi evitando di perdere trecento milioni di fondi europei, rinviare il blocco della Tav all’attivazione della clausola di dissolvenza, e soprattutto rimandare l’Armageddon con la Lega a dopo le elezioni europee.

Accantonate le ipotesi cerebrali che circolavano prima della prestidigitazione – si decide in Parlamento, tutti votano a favore della Tav tranne i Cinquestelle, che così perdono ma si salvano l’anima – resta da chiedersi come finirà la faccenda. Vari praticoni di Lega e Cinquestelle, snasando i profili giuridici del problema, già cantano vittoria per le opposte posizioni. Quelli della Lega, dopo aver creduto a un referendum costituzionalmente improponibile, osservano che un’opera approvata da un trattato internazionale va avanti da sola, salvo essere bloccata con una legge del Parlamento. Dove però non c’è la maggioranza per farlo: a oggi, solo i Pentastellati e LEU, ammesso che esista, voterebbero per bloccare la Tav.

Quelli dei Cinquestelle osservano invece che, se mai i lavori diligentemente ostacolati dal ministro Toninelli ripartissero oggi, non finirebbero prima del 2030: un’epoca nella quale potrebbero non esserci più né l’Unione Europea né il Movimento, per quel che ne sappiamo. E che comunque da noi le opere, grandi o piccole, non si fanno neppure quando i governi sono a favore – vedi i continui contrattempi nella ricostruzione del ponte Morandi – figuriamoci quando sono contro. Dopotutto, è proprio per questo che i Cinquestelle hanno deciso di mostrare la propria non-sottomissione alla Lega proprio sulla Tav, invece che sulla legittima difesa, che pure urla vendetta al cospetto della Costituzione: gli piace vincere facile.

L’unica cosa certa è che quando matasse come la Tav si ingarbugliano sino a questo punto, bisogna metterle in mano a un avvocato. E che il Prof. Avv. Giuseppe Conte, da Volturara Appula, se sinora ha svettato sui propri partner di governo – anche a lui, piace vincere facile – d’ora in poi giganteggerà. Poi, come sempre fanno gli avvocati, presenterà la parcella: e noi, e i suoi clienti di governo, impallidiremo. Già ce lo vedo nel 2030, da Presidente della Repubblica, con l’eterno sorriso da ragazzo birichino stampato sul volto, e un casco da minatore in testa, inaugurare il tunnel della (mini-)Tav, in un tripudio di madamine festanti.

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