In questo momento la nazionale femminile di rugby è seconda dopo l’Inghilterra al Torneo Sei Nazioni, il più alto livello di competizione internazionale per il rugby. Dopo la vittoria sull’Irlanda di fine febbraio arriva fine settimana la sfida con la prima in classifica l’Inghilterra fuori casa e il prossimo 16 marzo l’ultima partita a Padova contro la Francia. Le donne della nazionale rugby  hanno molto meno tempo per prepararsi perché tutte o quasi lavorano per mantenersi, al contrario dei colleghi maschi che hanno uno stipendio. Eppure le donne vincono e i maschi no.

“Il punto è che lo sport maschile ha ancora più pubblico e quindi più sponsor – racconta a Maria Cristina Tonna responsabile settore femminile per la Federazione Italiana Rugby – ma piano piano ci stiamo arrivando anche noi. Piano perché ci sono ancora molti stereotipi legati ad alcuni sport considerati solo per uomini come il calcio e il rugby”.

“Io sono stata licenziata non so quante volte – si confessa Giordana Duca dell’Unione capitolina Rugby titolare da due anni nella nazionale femminile – non è facile trovare un datore di lavoro che accetta che ti assenti per un mese”.

Giordana ha ventisei anni, arrivata al rugby perché i suoi fratelli giocavano – e giocano ancora – è diventata seconda linea di una nazionale che è cresciuta molto velocemente arrivando ai livelli alti di oggi. “La prima volta che sono entrata in campo con la maglia della nazionale, contro l’Inghilterra, mi sono chiesta se ero all’altezza – dice ancora- dopo il primo placcaggio ho pensato ok, sono umane pure loro, ce la faccio”. Eppure i suoi fratelli, uno in seconda divisione in Francia e uno alla Lazio, vivono di rugby, al contrario di lei.

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