“Il botto, non ci vedo più. Ho detto: è finita, è così che devo morire”. Il fotografo Gabriele Micalizzi, ferito in Siria da un razzo sparato dai guerriglieri dell’Isis a Barghuz, racconta in una lettera al Corriere della Sera il momento in cui è stato colpito e le ore successive, tra la paura di non farcela e i soccorsi, fino all’arrivo in ospedale a Baghdad. “Quando arriva il colpo, non senti dolore. Non senti niente. Ti trovi per terra, il sangue ti copre la vista. Un braccio è a pezzi, va per conto suo. Non ti muovi. Intorno, il silenzio. Dici: va beh, è così che devo morire”, scrive il fotoreporter, 34 anni. Ripercorre gli attimi successivi: le sigarette, la voglia di fumare, il dolore. “Intanto sei ancora vivo. E aspetti. Ti tocchi l’occhio, fa impressione: sembra un uovo à la coque. Passano i minuti. Poi cominci a sentire la soldatessa curda che grida. ‘Gabriele!’. Braccia che ti prendono e ti trasportano su un Humvee. Okay, mi stanno soccorrendo”, ricorda.

Ora Micalizzi è ricoverato all’ospedale San Raffaele, alle porte di Milano, dove rimarrà almeno altre due settimane, e ringrazia “chi ha fatto di tutto per me”. Dai militari curdi ai medici americani fino all’ambasciata italiana. Anche la sua macchina fotografica Leica: “Non l’avessi avuta davanti alla faccia, non sarei qui a parlarne: nell’impatto m’ha danneggiato gli occhi, ma ha fatto da scudo. Io avevo l’elmetto, il giubbotto, quel che si deve. Siamo professionisti, non c’improvvisiamo. Sappiamo calcolare i rischi, di solito”.

Quindi il racconto di come tutto è iniziato: “Quella mattina, forse mi sono fidato un po’ troppo. Con Gabriel, il mio collega della Cnn, siamo arrivati a quella palazzina, la più avanzata di tutte. ‘Di sopra c’è il comandante curdo, andiamo a fotografarlo?’. Ho detto va bene. Ma quando sono sbucato sulla terrazza piena di sole e ho visto le bandiere nere dell’Isis, trecento metri da noi, non ho avuto il tempo di pensare che rimanere lì fosse imprudente. Avrei dovuto dire: ragazzi, andiamo al piano di sotto”.

Quasi non ne ha il tempo, è un attimo: “Io sono sicuro che mirassero a me, m’avevano visto salire: il razzo è partito e mi stava arrivando addosso. Poi ha preso una traiettoria strana, forse il vento, non so, ma quella deviazione m’ha salvato – ricorda – Mors tua vita mea: è piombato sulla terrazza e ha centrato in pieno un soldato che m’è esploso davanti, quindi ha colpito il comandante. Io sono stato buttato indietro”.

Il fotografo spiega il senso del suo lavoro, rischioso ma fondamentale: “Mi hanno letto qualche commento sui social, gente che si chiede perché facciamo queste cose. Io dico che ci vuole sempre qualcuno che vada e racconti, specie là dove non va nessuno. Dove ci sono migliaia di poveracci dimenticati da tutti, in mano all’Isis”, spiega. E sottolinea: “Quanti sapevano che cosa sta succedendo veramente a Baghuz? La fine dello Stato islamico non è solo la caduta di Raqqa. È questa guerra sporca ignorata dal mondo. La storia è un mosaico che si costruisce con piccole tessere, come le foto che facciamo noi”. Ma, precisa, che il ferimento “mi ha insegnato a rimettere le cose in prospettiva. Due bambine, una compagna. E il lavoro“.

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