Tutto inizia a novembre: il 10 l’ambasciatore Jo Song-gil e la moglie scompaiono dalla sede diplomatica di Roma. Il 14 novembre la figlia di 17 anni rientra con un volo a Pyongyang, accompagnata all’aeroporto di Fiumicino dallo stesso personale dell’ambasciata. Di entrambe le vicende la Farnesina viene messa al corrente con due note formali solo in due momenti successivi. Nella prima, del 20 novembre 2018, viene data notizia dell’assunzione delle funzioni di Incaricato d’Affari a Roma da parte del Signor Kim Chon. Nella seconda nota, del 5 dicembre 2018, si si informava che l’ex Incaricato d’Affari Jo Song Gil e la moglie avevano lasciato l’Ambasciata il 10 novembre e che la figlia quattro giorni dopo era partita perché tornare “dai nonni”.

“Coinvolti fin dall’inizio i servizi segreti italiani” – Dove siano l’ex ambasciatore e la moglie rimane un mistero. Il Corriere della Sera, però, parla chiaramente del coinvolgimento “sin dall’inizio” dei nostri servizi segreti – che “tuttora” avrebbero “un ruolo attivo nella vicenda” – per “fornire appoggio logistico e protezione” in attesa del via libera di Washington, visto che il diplomatico e la consorte avrebbero comunicato ai nostri 007 di volere andare negli Stati Uniti. In tutto questo è noto che il regime di Pyongyang riservi ritorsioni ai famigliari dei dissidenti, quindi la ragazza potrebbe essere a rischio. Ma il Corriere spiega che la giovane, che non voleva seguire i genitori “con i quali avrebbe rapporti molto difficili“, sia andata a vivere con il nonno, “personaggio molto potente e influente sul regime”. Secondo quanto dice l’ex senatore di Forza Italia Antonio Razzi, grande amico della Corea del Nord, Jo Song-gil e la moglie hanno continuato ad usare il cellulare che era in dotazione al rappresentante diplomatico di Pyongyang nei giorni successivi alla loro fuga. Di certo lo era il 22 novembre 2018, quando l’ex senatore si sarebbe dovuto incontrare in un ristorante romano, per salutare il diplomatico, al termine della sua missione nella Capitale. Lo stesso numero Wind che l’Adnkronos ha tentato di contattare e che un nastro registrato indica ora come “non raggiungibile”.

La fuga, un piano fallito, l’esclusione di un gesto volontario: le ipotesi – La ragazza “potrebbe già essere stata in qualche modo ostaggio dell’ambasciata o potrebbe essere stata sacrificata dai genitori per non destare sospetti sulla loro partenza”. Sono queste le ipotesi fatte all’Adnkronos da osservatori esperti di questioni coreane per spiegare le ragioni per cui i genitori non avrebbero portato con sé la ragazzina nella loro fuga, non escludendo anche l’ipotesi che qualcosa sia andato storto nei piani.

La 17enne, probabilmente, era già trattenuta nella sede, con possibilità di movimento limitatissime, nell’ambito della politica del regime di tenere in ostaggio i parenti dei diplomatici per evitare loro defezioni, circostanza, quindi, che escluderebbe la volontarietà del gesto della ragazzina, che avrebbe chiesto lei, secondo la versione fornita dalla rappresentanza nordcoreana a Roma alle autorità italiane, di tornare a Pyongyang per stare dai nonni. Tra l’altro, in una società fortemente arcaica e tradizionalista come quella coreana, tanto più sotto un regime come quello di Kim Jong il, è difficile pensare ad un gesto volontario, tantomeno da parte di una minorenne.

In questa vicenda, sono molte le cose poco chiare: a parte la sorte dell’ex incaricato d’affari e della moglie, gli osservatori cercano di rispondere all’interrogativo sul perché la notizia della diserzione, risalente a novembre scorso, sia stata data due mesi dopo e solo ora emergano i dettagli sulla figlia. “A chi giova?”, si chiedono gli esperti, che chiamano in causa alcuni circoli dell’opposizione sudcoreana, contrari alla politica di apertura nei confronti di Pyongyang perseguita dal presidente Moon Jae-in.

“Una parte dell’opposizione – ragionano – non condivide la linea di dialogo con Kim Jong il e potrebbe avere interesse a creare elementi di disturbo”. Servendosi anche di personaggi come Thae Yong-ho, ex numero due dell’ambasciata nordcoreana a Londra, rifugiatosi a Seul dopo aver disertato, che ha raccontato della fuga di Jo Song-gil. E qui delineano un profilo dei cosiddetti ‘defector’ per mettere in guardia dal prestare troppo affidamento alle loro dichiarazioni. I ‘disertori’ “vivono un trauma personale enorme, vittime della scelta di abbandonare il loro Paese e andare a vivere in quello, la Corea del Sud, che per tutta la loro vita sono stati educati a considerare come nemico – spiegano -. In un certo senso, una volta varcato il confine fisico ma anche psicologico, diventano vittime della sindrome di Stoccolma. Non solo: disertori del calibro di Thae hanno, oltre al problema di integrarsi in una società totalmente diversa e che li guarda con sospetto, anche quello di crearsi un personaggio, ritagliarsi un ruolo, costruirsi un mestiere. E in una situazione così delicata non è detto che riescano a sfuggire a tentativi di manipolazione e strumentalizzazione“.