L’annuncio arriva via Twitter. Gli Usa hanno sconfitto “al 100% il Califfato“, ma adesso tocca all’Europa farsi carico dei suoi cittadini che hanno imbracciato le armi per combattere in Siria. “Gli Stati Uniti chiedono a Gran Bretagna, Francia, Germania e agli altri alleati europei di riprendere oltre 800 combattenti dell’Isis catturati in Siria e processarli. Il califfato sta per cadere. L’alternativa non è buona in quanto saremo costretti a rilasciarli”. Così il presidente Usa Donald Trump in due tweet sul sito di microblogging invita i Paesi europei a farsi carico dei foreign fighters partiti catturati durante i mesi di combattimenti per sconfiggere l’autoproclamato Stato islamico. “Gli Stati Uniti non vogliono guardare come questi combattenti dell’Is entreranno in Europa, perché è lì che vorrebbero andare – ha detto l’inquilino della Casa Bianca sempre su Twitter -. Facciamo così tanto e spendiamo così tanto. Adesso è il momento che gli altri facciano un passo avanti e facciano ciò che sono così capaci di fare”. Mentre il presidente Usa canta vittoria, però, i più critici osservano che l’Is non è stato sconfitto e che il ritiro americano potrebbe portare a una sua rinascita, con gli alleati degli Stati Uniti nella regione non equipaggiati per gestire da soli la minaccia. I curdi infatti, fin dall’annuncio del ritiro delle truppe Usa e della coalizione, hanno parlato di tradimento perché dopo la ritirata americana rischierebbero di essere attaccate da un’offensiva della Turchia. Tra le voci critiche c’è anche quella di Jospeh Votel, il generale alla guida del Comando centrale Usa (Centcom), che in un’intervista alla Cnn ha sottolineato di non condividere la decisione del ritiro delle truppe, sottolineando che l’Iran è la maggiore minaccia per la pace in Medio Oriente. “Non avrei suggerito al presidente” il ritiro, dice Votel, precisando che “eliminare il califfato non è abbastanza per la sconfitta dell’Isis”.

Di fatto l’ultima roccaforte dell’Isis in Siria è caduta, ma le forze curdo-siriane appoggiate dalla coalizione a guida americana continuano a combattere casa per casa nelle campagne della cittadina di Baghuz, tra l’Eufrate e il confine iracheno, alla ricerca degli ultimi irriducibili jihadisti e dei civili tenuti in trappola, alcuni “usati come scudi umani”. Nella stessa area è stato ferito l’11 febbraio il fotoreporter italiano Gabriele Micalizzi, colpito dalle schegge di un razzo Rpg a Baghuz, nella zona orientale di Dayr az Zor. Nonostante questo, anche il vice presidente americano Mike Pence ha già proclamato la fine del ‘Califfato’, quasi a confermare quanto anticipato da Trump. “Mentre sono qui davanti a voi – ha detto Pence dalla Conferenza sulla sicurezza di Monaco – sul fiume Eufrate l’ultimo tratto di territorio dove una volta la bandiera nera dell’Isis sventolava è stato catturato”.

Annunci opposti rispetto a quelli fatti da fonti militari curdo-siriane, che guidano le Forze democratiche siriane (Sdf) sostenute dagli Stati Uniti, che si sono affannate a frenare ogni entusiasmo. “Le operazioni militari contro l’Isis non sono concluse, ma lo saranno presto”, aveva detto ieri il comandante Ciya Firat, parlando dalla base allestita nel campo petrolifero Al Omar, vicino all’Eufrate e nelle retrovie del fronte. In quella base le truppe curde hanno già allestito il palco da cui annunciare ufficialmente la “vittoria contro i terroristi” e la “liberazione” di tutta l’area a est dell’Eufrate. Ma non è oggi che i generali curdi pensano di salire sul palco di Al Omar. “L’Isis sarà presto sconfitto, ma siamo ancora assediando alcune sacche di territorio” nell’area di Baghuz, ha detto Firat. E non c’è certezza neanche sulla sorte del leader dello ‘Stato islamico’, il sedicente califfo Abu Bakr al-Baghdadi. Militari americani e forze curde da giorni sono sul fronte per cercare di individuare i leader dell’Isis tra le centinaia di jihadisti che si sono arresi nelle ultime settimane. Tra loro, come ricordava l’Osservatorio, ci sono molti stranieri, tra cui europei, caucasici, russi, turchi. Solo negli ultimi giorni, circa 500 miliziani dell’Isis si sono arresi. Ma tra loro non v’è traccia di al-Baghdadi. E in cinque mesi di offensiva curdo-americana, sono stati circa 40mila gli sfollati, in fuga dalle zone un tempo controllate dai jihadisti.

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