La credulità è ormai una specie di stigma in certi meandri social: spesso basta un passaparola, poca dimestichezza col mezzo, la pigrizia di fare mezza verifica su un post o su un video ed ecco che una bufala, smascherabile in pochi minuti, circumnaviga senza sosta.
E’ balzato agli onori delle cronache, e non solo social, il video pubblicato da Gian Marco Saolini, il quale, spacciandosi per giornalista della sala stampa del Festival di Sanremo, ha denunciato di aver “subito pressioni da parte del Pd per votare Mahmood“. Il filmato in due giorni ha totalizzato numeri da record, tra visualizzazioni (quasi 6 miloni e mezzo) e condivisioni (circa 185mila), esattamente come avvenne mesi fa, quando Saolini si proclamò “Giovanni Di Tori, nostromo della nave Acquarius messo a tacere” e rivelò che “Sulla nave i migranti possono anche giocare e ballare”. Anche in quel caso, a dispetto del nome discordante con quello dell’autore del video e dell’errore sul nome stesso della ong, cascarono nella bufala circa 200mila utenti di Facebook.

Saolini, intervistato da Arianna Caramanti e Misa Urbano nella trasmissione “Un giorno da ascoltare” (Radio Cusano Campus), spiega le ragioni per cui tanti sprovveduti inciampano nei suoi filmati-bufala: “La verità è che le persone, banalizzando e sintetizzando, vogliono sentirsi dire certe determinate cose. Quindi, nei miei personaggi inventati vedono la risposta ai loro dubbi, come la conferma del ‘complotto’. Vengo costantemente attaccato e accusato dalla destra di essere pagato dalla sinistra e viceversa. In base la video che pubblico, ricevo sempre nuove critiche”.
E aggiunge: “La mia posizione politica? Sinceramente mi ritengo molto imparziale, nel senso che ho le mie idee, ma attualmente non si rispecchiano in alcun partito. Non mi sento rappresentato, tant’è che alle elezioni ho difficoltà e spesso e volentieri vado a votare per annullare il voto, dando la mia preferenza ai miei personaggi immaginari. Vengo attaccato molto anche da chi fa satira e intrattenimento: io ritengo che in un Paese civilizzato, non dico all’avanguardia ma non certo del Terzo Mondo, quello che faccio io dovrebbe essere riconosciuto come un fake, perché gli strumenti per riconoscere una bufala ci sono, ma la gente non vuole scoprirli. Fondamentalmente non sono un comico, non faccio satira, non scateno risate e non rientro in quella categoria” – continua – “Il mio è più un gioco di interazioni, uno scatenare delle reazioni. Alcuni mi danno del ‘mitomane’, che è l’appellativo più carino. Mi insultano talmente tanto che, se dovessi stare dietro a tutti gli insulti, non vivrei più. Ormai non mi impressiono più”.

Saolini spiega: “Non ho mai modo di poter spiegare il mio punto di vista nei social. Mi capita quando magari partecipo a qualche conferenza sui social nelle università e nei licei. Il problema è che sui social molta gente si concentra sul dito e non sulla luna e quindi grida alla censura, ti insulta, si abbandona all’odio, anziché andare a vedere la fonte, ovvero spendere due secondi per leggere chi sono veramente. Del resto, basta andare sulla mia pagina: non si fanno domande sul fatto che pubblico in sequenza video in cui millanto nomi sempre diversi e professioni differenti, dal giornalista al tassista e al filosofo. Già questo dovrebbe far capire che si tratta di una pagina ironica, basta un fact-checking immediato“.
E chiosa: “E’ molto facile inciampare nelle fake news. Ma, allora, come facciamo a proteggerci dalle notizie farlocche sulle testate se non riusciamo a riconoscere neppure un video-scherzo? Se le persone in Italia fossero normodotate, io sarei visto solo come qualcuno che ricalca in maniera comica alcuni temi”.

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