Nella lista dei buoni propositi per l’anno nuovo l’Italia dovrà mettere la telemedicina. La diffusione dei servizi di assistenza sanitaria tramite il ricorso a tecnologie innovative è ancora scarsa e disomogenea sul territorio nazionale. Ma soprattutto, le linee di indirizzo per l’istituzione e l’implementazione della sanità digitale, del 2014, sono già datate ancora prima che il sistema sia entrato pienamente a regime. A denunciarlo è Sergio Pillon, direttore dell’unità operativa di telemedicina cardiovascolare all’ospedale San Camillo di Roma, nonché coordinatore della commissione per la governance delle linee guida sulla telemedicina nominata dal ministero della Salute nel 2015 e il cui mandato è scaduto in autunno.

Regioni non usano neanche gli stessi nomi per le prestazioni
“Abbiamo preparato una bozza di revisione da consegnare al ministro Grillo, siamo in attesa di un incontro – ci spiega -. Nel documento del 2014 non si fa nessun riferimento a smartphone, app, intelligenza artificiale, internet delle cose, è impensabile far finta di niente. Mancano poi dettagli sufficienti sui criteri di rimborsabilità di queste prestazioni, di autorizzazione e accreditamento delle strutture che devono erogarli. Le regioni non sanno come procedere”. La misurazione e la valutazione delle iniziative di telemedicina spetta al comitato per la verifica dei Lea (i livelli essenziali di assistenza). “Nel primo report, riferito al 2015, c’era poco e niente” continua l’esperto. L’ultimo, relativo al 2016, mai arrivato nelle mani dalla commissione, lo ha richiesto ilFattoquotidiano.it al ministero della Salute. Quello che emerge è una certa confusione. Innanzitutto, le regioni non usano un nomenclatore comune per definire le prestazioni di telemedicina. Anche se le linee di indirizzo parlano chiaro. Classificando i servizi in tre categorie: telemedicina specialistica (che comprende televisita, teleconsulto e  telecooperazione sanitaria), telesalute (cioè telemonitoraggio e presa in carico del paziente cronico) e teleassistenza (in ambito socio-assistenziale). “Come si fa a fissare un tariffario nazionale se prima non si adottano definizioni comuni? – domanda provocatorio Pillon – spesso tra le performance le regioni riportano la telerefertazione, ma la produzione di un referto a distanza per gli esami di laboratorio non è telemedicina. Talvolta non viene specificato il tipo di servizio attivato. Oppure il numero di utenti è ridicolo, tipo 5. E il servizio di telecardiologia e telestroke sulle ambulanze, per salvare chi ha un attacco di cuore o un ictus, non è ancora attivo ovunque. Significa che ci sono zone dove la probabilità di morire di infarto è più alta perché il paziente finisce in un ospedale senza cardiochirurgia”.

Nel 2016 la commissione ministeriale ha inviato per ben due volte un questionario alle regioni per capire a che punto fossero. “Abbiamo chiesto per esempio se avessero realizzato un modello di governo per la telemedicina, indicando il nome di un referente, e percorsi di formazione per il personale sanitario. Ma solo in sei ci hanno risposto” afferma Pillon. Che aggiunge: “Un ruolo decisivo ce l’hanno i direttori generali delle aziende sanitarie. Sono loro i veri bracci armati della sanità ma spesso non hanno mai fatto neanche un corso di formazione sulle tecnologie digitali. È inaccettabile oggi trascurare queste competenze nel curriculum. Poter usufruire delle nuove tecnologie per essere curati nel luogo più vicino a dove si vive deve essere un diritto dei cittadini”.

Telemedicina tra confusione e ritardi. Fascicolo elettronico? In 14 regioni. E l’80% dei referti viene ritirato di persona

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