“Il ministro Bonafede non è Torquemada. Se ha notizie di reato, porti nomi, cognomi e fatti in Procura, ha il dovere di denunciarli. Ma non può  sparare nel mucchio”. Il giorno dopo la contestazione nell’Aula della Camera dei deputati al ministro della Giustizia, in casa Pd e Forza Italia rilanciano il motivo delle contestazioni al Guardasigilli. “La corruzione in Italia non ha bisogno di essere raccontata, perché si vede a occhio nudo e si vede ogni volta che, dopo un terremoto, crolla una scuola o un ospedale. Dietro quel crollo non c’è solo un evento naturale ma si scopre che dietro c’è una mazzetta”, aveva rivendicato il ministro. Parole che avevano scatenato la bagarre a Montecitorio, tra le urla ‘buffone, buffone‘ partite dai banchi dem e azzurri. “Io non l’ho fatto, non è nel mio stile. Ma l’ha meritato…”, accusa Osvaldo Napoli, tra i contestatori più accaniti contro il ministro tra le fila forziste. “Non è vero che in Italia c’è comunque un grave problema di corruzione? La corruzione esiste come esiste negli altri paesi, ma non si può parlare in linee generali, devi fare nomi e cognomi”, ha continuato il deputato forzista. Una tesi ribadita anche in casa dem, dove i più attivi nelle proteste erano stati Debora Serracchiani, Antonello Giacomelli ed Enrico Borghi. Ma se i primi due hanno rifiutato di voler commentare quanto avvenuto, è stato Borghi a rilanciare: “Certo che c’è un problema di corruzione in Italia, ma Bonafede ha legato il tema con il fatto che in Italia dopo ogni terremoto crolla un’infrastruttura o una scuola. Se ha notizia di fatti specifici, ha il dovere di sporgere denuncia, altrimenti si crea soltanto un clima che non serve a nessuno. Perché ‘se tutti sono corrotti, nessuno è corrotto'”. E pure Gennaro Migliore sposa la sua linea: “Bonafede dovrebbe essere garante del diritto in quanto ministro, se conosce nomi e fatti vada in Procura a denunciare. Altrimenti è propaganda”. La stessa accusa solitamente ripetuta negli anni ’80 a chi denunciava i rapporti tra mafia e politica.

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