Su Instagram appare questo trend: #battisti. Se non è morte del sacro questa. E allora: la merce della pancrazia la trionferà! Sono passate meno di 72 ore dal mio intervento che rappresentava la morte del sacro come cifra caratterizzante la realtà contemporanea e la piena realizzazione della pancrazia, ed ecco stagliarsi nel cielo delle vicende italiche una manifestazione evidente della trasformazione in merce di ciò che prima era sacro.

Il riferimento è al teatro dell’estradizione dalla Bolivia dell’ex terrorista rosso Cesare Battisti. Ciascun cittadino ha potuto assistere alla fiera del pop della pancrazia, cioè del mondo dominato dal rumore sociale, della partecipazione collettiva agli eventi e della stimolazione delle emozioni più voluttuose. In breve: della perdita di sacralità dei valori, quelli laici, dello Stato di diritto. È stata la messa in scena teatrale di un fatto di costume, più che di una estradizione giudiziaria.

Se uno spettatore televisivo avesse assistito senza volume a uno di quei filmati da soap opera che sono stati mandati in onda dai telegiornali e dalle “dirette”, non avrebbe distinto l’arrivo di un criminale dal ritorno in patria di un eroe. Proprio in questo si manifesta la fine del sacro (ovviamente, in questo caso, del sacro giudiziario) e la sua trasformazione in un rito senza più le forme (della giustizia) che lo avrebbero caratterizzato fino a quando tale sacralità era rispettata nei suoi elementi essenziali. Forse sarebbe stato, comunque, un messaggio duro sul piano giudiziario (ricordo le manette ai polsi di Enzo Tortora) ma, comunque, la rappresentazione avrebbe mantenuto il suo contesto e la sua sacralità, cioè quella della giustizia. 

Invece oggi quel fatto si è trasformato in una sceneggiatura, che non solamente deve essere fruibile da tutti ma, con una torsione ben più radicale della sua essenza, è dovuta diventare qualcosa di virale, sociale, il più possibile partecipata. Senza, di fondo, dare a essa valore positivo o negativo: ciò perché ciascuno potesse rappresentarla come meglio riteneva. Ed ecco allora che è stata trasformata la sua simbologia.

Due sono state le metamorfosi necessarie perché il fatto potesse esondare dalla sua sacralità: perdere la sua dimensione temporale e, contemporaneamente, la sua dimensione valoriale. In poche parole: è stato necessario cancellare la sua storicità, creando una metamorfosi idonea alla sua mutazione genetica in un prodotto che scatena le emozioni, a prescindere che esse siano positive o negative. Il fine ultimo della versione pop del fatto è che, di quella notizia, ci si alimenti nei mercati come nei salotti “bene”. Non è stato l’arresto di un uomo (vecchio) che ha commesso quattro atti di terrorismo nei lontanissimi 1978 e nel 1979, cioè 40 anni fa, quando la maggior parte di coloro che partecipano all’hashtag #battisti neppure era nata; ma di una rappresentazione teatrale nuova, nata e cresciuta nell’oggi. Una rievocazione in stile Bohemian Rhapsody di vecchie glorie trasformate in prodotti pop.

Ma ciò non stupisce e non può stupire. Non è possibile, nel mondo pop della pancrazia, avere delicatezze comunicative; non è possibile svolgere sofisticate distinzioni tra valori positivi e disvalori. Senza sacralità tutto deve essere trattato come qualcosa di vertiginoso e appetitoso. Il mercato dell’“all you can eat” è spietato. Inutile scandalizzarsi, facendo rivivere sacralità desuete. Non comprendere il fenomeno vuole dire non cogliere come “gira il mondo”. Pretendere di utilizzare il linguaggio di ieri al tempo degli hashtag è come progettare calessi dopo la scoperta del motore a scoppio. 

La pancrazia, cioè il governo “di tutto e tutti”, impone questo linguaggio per una ragione molto semplice: l’uditorio, il loro cervello, la mente estesa della contemporaneità, comprende questo e solo questa neo-lingua. La gente vive di hashtag, di social network, di partecipazione collettiva. Il sacro, laico o confessionale non importa, impone limiti e regole e dunque non solamente non sarebbe compreso, ma farebbe perdere di valore l’accadimento.

L’aver assicurato alla giustizia quest’uomo è un buon colpo per l’intelligence italiana e, certamente, un sollievo gigantesco per le vittime dei suoi omicidi. Ma tutto questo è secondario rispetto allo show pop che la pancrazia è riuscita a confezionare: conferenze in aeroporto, sfilata dell’eroe-assassino, ministri con i giubbotti della Polizia di Stato e della Polizia Penitenziaria, slogan da finale dei campionati mondiali di Calcio e hashtag su Instagram.

Verrebbe da dire, magari con un po’ di cinismo, guardando la vicenda da sacerdoti del sacro: adesso il condannato può “finalmente” riposare nella cella di isolamento senza questa giostra alimentata dal rumore sociale. Se non fosse che proprio Battisti è stato capace di creare rumore sociale quando scriveva libri noir nella Parigi gauchiste, spalleggiato dai giornali e dalla cultura più all’avanguardia della capitale di Francia, per poi trascorrere anni sulle spiagge brasiliane, facendosi beffa delle sue malefatte. È la rivoluzione epocale in cui siamo immersi e in cui ci muoviamo, tra antiche sacralità, sue distruzioni e nuove prospettive del sacro.