Gli agenti del Gom, il Gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria che ieri lo hanno preso in consegna a Roma e portato in carcere, lo hanno trovato tranquillo, ma anche stanco e spaesato. Un uomo “intristito, rassegnato, sconfitto“. Durante il volo che lo riportava in Italia, Cesare Battisti ha provato a dormire senza riuscirci. “Dove mi portate?”, ha domandato più volte agli agenti. Poche parole e una sola richiesta. Quella di tenere con sé una foto del figlio. L’ex terrorista dei Pac, catturato domenica in Bolivia mentre camminava per le strade di Santa Cruz, è entrato oggi nel penitenziario di Massama (Oristano). In isolamento diurno per sei mesi, come altri due detenuti ospitati dal carcere sardo, Battisti si trova in una cella della sezione AS2. Per ora ha la tv, l’occorrente per scrivere e poco altro che gli hanno fornito gli agenti carcerari. Come tutti i detenuti ha diritto a 4 ore di aria al giorno, da trascorrere da solo, e a lavorare se ne avrà l’occasione.

“Mi dite in quale parte del mondo mi trovo? Ormai è tutto finito, ho 64 anni, sono malato, sono cambiato”, ha detto una volta in carcere, secondo quanto riferisce all’Ansa l’ex parlamentare sardo Mauro Pili che lo ha appreso da fonti qualificate. Battisti è stato a colloquio con il direttore del penitenziario, poi è stato sottoposto alle visite mediche di routine, ha incontrato l’educatore e il suo avvocato Davide Steccanella, noto penalista milanese. Gli agenti carcerari lo hanno trovato “apparentemente sereno”, anche se chi in queste ore ha avuto occasione di parlare con i familiari del terrorista racconta la loro preoccupazione per la sua tenuta psicologica. Dicono che sia già “molto provato” dalla detenzione in Brasile, da lui raccontata come una esperienza particolarmente difficile e dolorosa, e dall’ultimo mese di latitanza.

Con sé solo un po’ di soldi e la foto del figlio – Ieri le operazioni della penitenziaria, seguite dal capo del Dap, Francesco Basentini, hanno avuto una prima fase burocratica, con il controllo dell’ordine di estradizione. Poi Battisti è stato sottoposto, come da prassi, a perquisizione personale. A parte i vestiti e poco denaro non aveva con sé praticamente nulla: il più era già stato prelevato da Interpol e Antiterrorismo dopo la cattura. Agli uomini del Gom ha chiesto di tenere con sé una foto di uno dei figli: la procedura non consente di trattenere effetti personali, ma la fotografia è stata presa in consegna e sarà tenuta da parte. Steccanella, che da ieri è diventato il suo difensore, ha varcato il cancello del carcere attorno alle 12. I due hanno parlato per un’ora. Steccanella, difensore anche di Vallanzasca, è autore di libri sugli anni di Piombo come “Gli anni della lotta armata. Cronologia di una rivoluzione mancata“. “Non lo conoscevo, l’ho visto oggi per la prima volta”, ha detto l’avvocato ai giornalisti che attendevano fuori dal carcere. Il colloquio è durato circa un’ora. Il legale si è limitato a spiegare che Battisti ieri ha avuto “una giornata pesantina”, che è il suo assistito e che per “giudicarlo umanamente” un’ora non basta.

Una carta di credito Visa e un’agenda con all’interno alcuni foglietti e annotazioni – Sono altri due elementi ora in mano a investigatori ed inquirenti che, assieme al telefono cellulare, potrebbero consentire di ricostruire nei dettagli la latitanza di Cesare Battisti e, soprattutto, la rete che lo ha protetto in questi mesi. Una rete che, secondo quando si apprende non era ramificata in Bolivia e che potrebbe coinvolgere vecchie conoscenze italiane dell’ex terrorista dei Pac, amici francesi e soggetti che potrebbero averne favorito nel 2004 la fuga da quel paese in sud America e personaggi che in Brasile lo avevano già aiutato in passato. Quanto all’agendina e alla carta di credito, l’ex leader dei Pac le aveva con sé al momento dell’arresto, con patente, carta d’identità, tessera sanitaria e codice fiscale brasiliani. Non aveva invece né soldi né chiavi di casa. Ma quando gli è stato chiesto se volesse andare a prelevare altri effetti Battisti si è rifiutato: una scelta, ipotizzano gli investigatori, fatta per non rivelare il suo ultimo nascondiglio e proteggere chi vi era all’interno.

Dopo l’atterraggio a CiampinoBattisti è sceso dal Falcon che lo ha riportato in Italia dalla Bolivia con i polsi liberi. Le manette gli sono state messe, per motivi di sicurezza, durante il trasporto in questura a Roma e poi da lì a Pratica di Mare. Tre le auto utilizzate per questi spostamenti, una blindata. Una volta sull’aereo per la Sardegna, le manette sono state tolte.
“Durante tutte queste fasi – racconta un ispettore del Gom – non ha mai fatto resistenza e ha firmato con tranquillità il verbale, ma è apparso molto stanco e spaesato”. Una sensazione raccolta anche da chi a Pratica di Mare è salito con lui sul P180 della Guardia di finanza che lo ha portato in Sardegna: “Era molto disorientato – racconta uno dei quattro agenti -. Sull’aereo ha cercato di dormire, ma non ci è riuscito. Non ha parlato se non per chiedere più volte ‘dove mi state portando?'”.

Per il primo dirigente Emilio Russo e il vicequestore Giuseppe Codispoti, i poliziotti che ieri quando è sceso dall’aereo erano alla sua destra e alla sua sinistra, “Battisti non ha fatto errori, è probabile che fosse stanco di fuggire ma la sua latitanza era ben organizzata: forse, l’unica sua debolezza, quella che l’ha tradito, è stata la voglia di passeggiare“. Sono Russo e Codispoti che, assieme ai colleghi delle polizia boliviana, lo hanno braccato per le strade di Santa Cruz de la Sierra, perlustrando alla vecchia maniera, cioè “andando a bussare di porta in porta”, due quartieri residenziali: il Barrio Urbarì e Santa Rosita, i luoghi dove era stato ‘agganciato’ il 4 gennaio l’ultimo segnale del telefono di Battisti. Quando è stato fermato l’ex terrorista non pensava ci fossero dietro gli italiani ed è rimasto tranquillo. Poi però quando in caserma ha visto i due poliziotti è crollato: “L’arresto è stata per lui quasi una liberazione, ci ha detto che siamo stati bravi e che percepiva il nostro fiato sul collo”.

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