Due magistrati che hanno dato la caccia a Matteo Messina Denaro sono a processo per rivelazione di segreto d’ufficio. Si tratta di Maria Teresa Principato e Marcello Viola, all’epoca rispettivamente procuratore aggiunto della Dda di Palermo e procuratore capo di Trapani. La prima ha coordinato le indagini sulla cattura del latitante ricercato dal 1993, mentre il secondo è stato a capo dell’ufficio inquirente trapanese fino al settembre 2016. Entrambi sono sotto processo davanti al tribunale di Caltanissetta ma per Viola i pm avevano chiesto l’archiviazione, respinta dal gip. In entrambi i procedimenti è imputato anche un appuntato di polizia giudiziaria della Guardia di Finanza, all’epoca applicato alla segreteria della Principato. Viola adesso è procuratore generale a Firenze, la Principato è alla Direzione nazionale Antimafia.

Negli ultimi vent’anni molte operazioni antimafia hanno portato all’arresto di amici e parenti di Messina Denaro: la maggior parte erano  coordinate da Principato. Blitz e inchieste che hanno portato anche a sequestri di beni, restringendo sempre di più il cerchio attorno al latitante. I fatti che hanno coinvolto i due pm risalgono al 2015 e le indagini sono rimaste top secret per oltre un anno. La prima inchiesta nasce in seguito ad alcune perquisizioni nell’abitazione dell’appuntato della Guardia di Finanza in servizio presso la segreteria della Principato. Nell’ottobre 2016 le fiamme gialle, indagando sul collega, rilevarono un sms in cui si faceva riferimento alla consegna di una pen drive al magistrato Viola contenente “copia informatica di atti coperti da segreto investigativo” riguardante la cattura del latitante Messina Denaro. L’episodio risaliva all’ottobre 2015, un mese dopo che il finanziere era stato allontanato dagli uffici della Procura per altre ragioni. Nonostante la pen drive non sia mai stata trovata, per questo episodio Viola e il militare della Finanza sono a processo per rivelazione del segreto d’ufficio. La procura di Caltanissetta a maggio 2018 aveva chiesto l’archiviazione dei due per “insussistenza del reato” ma adesso il gip del Tribunale nisseno ha disposto l’imputazione coatta.

Nella richiesta di archiviazione i pm Pasquale Pacifico e Claudia Pasciuti avevano scritto che è “processualmente accertato un continuo rapporto di collaborazione e di scambio di atti tra le Autorità Giudiziarie di Trapani e Palermo” aggiungendo che, nel caso dell’appuntato in servizio alla sezione di pg, “l’allontanamento era intervenuto contro la volontà della Principato e i rapporti tra i due erano rimasti sostanzialmente identici”. I pm – in seguito alla decisione del gip – entro i primi di febbraio dovranno riformulare i capi di imputazione e chiedere il rinvio a giudizio dei due imputati.

Il fascicolo di indagine sul magistrato Maria Teresa Principato è stato aperto a seguito di un interrogatorio da lei reso ai pm di Caltanissetta nell’ambito delle accuse a Viola e al finanziere. Il 9 ottobre 2017 la Principato venne ascoltata come persona informata sui fatti dal pm Pasquale Pacifico e al termine dell’interrogatorio telefonò all’appuntato della Finanza che per anni era stato applicato alla sua segreteria. “Indebitamente – hanno scritto i pm nella richiesta di rinvio a giudizio – rivelava al finanziere indagato notizie coperte dal segreto. Segnatamente riferiva all’indagato l’oggetto del procedimento penale e in particolare che lo stesso era relativo al rinvenimento nei dispositivi informatici dell’ indagato di ‘dati sensibili’ concernenti l’attività lavorativa e la sfera privata della stessa”. Per questi fatti il pm Pacifico ha chiesto il rinvio a giudizio e il gup ha disposto il processo abbreviato condizionato all’interrogatorio di Maria Teresa Principato che ha chiesto la fonoregistrazione del suo esame.

Il procedimento per cui Viola e l’appuntato della Guardia di Finanza sono sotto processo è uno stralcio del fascicolo originario in cui i due erano accusati del medesimo reato con “l’aggravante di aver favorito Cosa nostra”. La competenza delle indagini antimafia è riservata alle Procure distrettuali antimafia e nel distretto della Sicilia occidentale è la procura di Palermo a coordinare le inchieste sul territorio trapanese. In base a questo la procura di Caltanissetta riteneva che “lo scambio illecito di atti coperti da segreto investigativo” potesse oltre che violare un protocollo di coordinamento anche danneggiare le indagini della Dda di Palermo per la cattura di Messina Denaro. All’epoca dei fatti però la procura di Trapani aveva aperto un fascicolo per il reato di “associazione segreta”, previsto dalla Legge Anselmi e alcuni verbali di stretta competenza della Dda comprendevano informazioni sulla massoneria trapanese. Anche per questo la procura di Caltanissetta aveva chiesto l’archiviazione per Viola.

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