Nicolás Maduro ha iniziato ieri il suo secondo mandato come presidente della Repubblica bolivariana del Venezuela. E lo ha fatto da par suo, solennemente giurando di fronte al Tribunal Supremo de Justicia – una burlesca congrega di giuristi, o presunti tali, che da almeno una dozzina d’anni funziona come ufficio legale del governo – fedeltà a una Costituzione che, grazie a lui ed al summenzionato Tsj, non è ormai che un ammasso di rovine fumanti. Anzi: di fronte a una Costituzione della quale non restano più, a ben vedere, né le macerie, né il fumo.

La Carta Magna in questione è, ovviamente, quella da Hugo Chávez fortemente voluta, nel lontano 1999, come testimonianza politico-istituzionale della storica novità della sua ascesa presidenziale. E dal medesimo poi, da subito, sistematicamente svuotata, a cominciare dalle parti che, come in ogni democrazia, sancivano una rigorosa divisione dei poteri.

Doveva in teoria – quella nuova Costituzione “democratica e partecipativa”, da Chávez definita “la più bella del mondo” – ratificare la morte della IV Repubblica, la molto inamidata democrazia bipolarista del cosiddetto “punto fijo”, sorta nel 1958 dopo la caduta della dittatura di Marco Pérez Jiménez. E intendeva, al contempo, varare un nuovo contratto sociale chiamato a illuminare la nascita d’un diverso rapporto tra le istituzioni democratiche e le masse popolari che di quelle istituzioni, in un Paese marcato da enormi diseguaglianze, sempre erano rimaste ai margini. Ma alla prova dei fatti quella Costituzione ha solo finito per sancire, nella realtà della sua sistematica violazione, l’inconciliabilità tra la democrazia (in qualsivoglia forma) e il grottesco culto di se medesimo attorno al quale l’ex tenente colonnello andava organizzando il suo nuovo regime.

La Costituzione del 1999 non è oggi che un cadavere, una spettrale rimanenza, una sorta di patetico placeholder in attesa di quel che l’Asamblea Nacional Constituyente  eletta nel luglio del 2017 non solo in modo fraudolento, ma in un farsesco “crescendo” di frodi e di illegalità – sostiene d’andar elaborando, senza troppa fretta e senza alcuna trasparenza. Ovvero: in attesa d’esser sostituita dal nulla, perché la Anc è fraudolentemente nata non per creare un nuovo ordine costituzionale – che quasi certamente mai verrà sancito o che se mai verrà sancito lo sarà in termini ancor più ferocemente tirannici -, ma per attribuire a se stessa poteri assoluti.

Un fatto è certo. Nicolás Maduro è – e già era prima della pantomima del giuramento di ieri – un dittatore. E proprio per questo gli Usa (un Paese che in termini di aspiranti dittatori “bananeri” sta vivendo esperienze in proprio), l’Unione europea e una gran parte dei Paesi latinoamericani hanno deciso di non riconoscerlo come presidente. Giusto? Sbagliato?

Rispondere non è facile. Perché, pur essendo il Venezuela una dittatura, non è certo l’unica che infesta il pianeta. E, con molte delle altre dittature, Usa ed Europa intrattengono normali e, talora, molto amichevoli relazioni. Chissà. Forse la ragione sta dalla parte di quanti, come il Messico e l’Uruguay, hanno scelto di mantenere aperti canali di comunicazione che, in qualche modo, potrebbero domani – considerata l’assoluta improponibilità di “interventi militari” (o comunque “esterni”) di qualsivoglia natura – aprire la strada a oggi molto improbabili processi di transizione.

Il punto vero – o se si preferisce la vera tragedia – non sta tuttavia soltanto, né tanto, nella natura indiscutibilmente dittatoriale della presidenza di Nicolás Maduro. Prima ancora che una dittatura, il Venezuela è, infatti, un Paese distrutto. Un Paese che non esiste più. Un deserto nel quale la miseria ha inghiottito ogni cosa, anche la speranza. E dove anche la protesta, che della speranza è l’ultima spiaggia, è stata sostituita da una diaspora, un esodo di bibliche proporzioni, che ha creato la più grave crisi migratoria della storia dell’America Latina.

Quanti venezuelani sono, negli ultimi anni, fuggiti all’estero? Forse due milioni, forse tre, forse quattro. Nessuno può dirlo, perché, nel deserto del Venezuela chavista, anche i numeri sono scomparsi sotto la sabbia. Da almeno due anni il governo non pubblica alcuna statistica. Né sull’inflazioneche secondo il Fmi s’approssima ai 10.000.000% (sì avete letto bene: dieci milioni per cento) – né sul Pil che, negli ultimi quattro anni, ha perduto quasi il 50% del suo valore. Né, tantomeno, sull’emigrazione. Ma certo è che, invertendo in termini travolgenti quella che era una tendenza storica, almeno un milione di venezuelani è di recente entrato in Colombia. E che suppergiù il 10% della popolazione – un’enormità e parte d’un fenomeno che va di giorno in giorno accentuandosi – ha abbandonato il Paese nell’ultimo quinquennio.

Il punto è che – al di là d’ogni connotazione ideologica – il chavismo si è senza possibili paragoni rivelato il più inetto e corrotto governo della storia della Nazione. Il Venezuela era, prima di Chávez, un Paese ricchissimo, ma afflitto, in ogni suo anfratto, dalla maledizione del petrolio. E il chavismo questa maledizione l’ha non solo preservata, ma approfondita, nel contempo distruggendone la fonte. Il Venezuela è oggi, dopo un ventennio di chavismo, ancor più dipendente dall’oro nero di quanto non fosse sotto la molto vituperata IV Repubblica. Con la differenza che ora di quell’oro maledetto ne produce meno della metà. E c’è di peggio. Perché il chavismo non ha solo ridotto il Venezuela alla fame, ma ha trasformato la fame in una forma di ricatto, in una turpe garanzia della sua permanenza al potere.

Il chavismo non è solo una dittatura. È un abisso – politico, sociale, morale – che ha inghiottito il Paese. E davvero difficile è, dalle profondità di questa tragedia, intravedere un barlume di luce.

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