Quella di Manoel Francisco dos Santos è una storia fatta di molte luci e ancor più ombre. È la favola di un bambino fragile, a cui la poleomelite ha regalato una gamba più corta e un curioso soprannome: Garrincha. Ma è anche la leggenda di un campione che ha saputo vincere due Mondiali al fianco di Pelé prima di lasciarsi consumare dall’alcol e dai propri fantasmi. A raccontarla è Jvan Sica, blogger, autore teatrale e sceneggiatore con il pallino del calcio. Lo fa in un romanzo di 161 pagine pubblicato lo scorso dicembre da Edizioni inContropiede e nel cui titolo, che pare un errore ma non lo è, è già racchiuso un indizio: Garincia.

Di che parla – Garrincha. È la sorella ad affibbiargli quel nomignolo. Negli anni 40 il cielo di Pao Grande, nel sud-est del Brasile, è addobbato di piccoli passeri marroni chiamati così. E Mané, testa grossa, corpo esile e andatura incerta, gli assomiglia terribilmente. Quando lo incontriamo tra le pagine del romanzo, tuttavia, i sorrisi e le tribolazioni dell’infanzia sono ormai ricordi lontani. Sica infatti lo ‘intercetta’ a Roma, nel 1970, appena sbarcato in aeroporto. Ad accoglierlo è un improbabile terzetto che al portoghese preferisce il dialetto di borgata. Da lì la storpiatura in Garincia. L’ex numero sette della Seleçao sta fuggendo dal Paese e dalla depressione insieme alla moglie, la cantante Elza Soares. Il racconto è incredibilmente vero, quasi biografico, con la fantasia dell’autore che ricama su dialoghi e pensieri ma non certo sui fatti. Prende così forma il ritratto di un uomo schiacciato dai rimpianti e dalle proprie dipendenze. Un campione ormai inabissato, il cui unico desiderio è rincorrere un pallone e tornare bambino. A fargli da sfondo, una Roma che è “madre e matrigna”, divisa tra incubi da bar e partitelle improvvisate a Campo de’ Fiori

Garincia

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Cosa funziona – Il vero punto di forza del romanzo è la storia. Dribblare i luccichii dei successi di Garrincha per concentrarsi sulla narrazione di uno tra i periodi meno noti e meno nobili della sua esistenza è senza dubbio un’idea vincente. E se ad alcuni cascheranno mandibole e pupille nel vedere l’esterno brasiliano gironzolare tra i campi della periferia laziale, anche i palati più raffinati troveranno in Garincia parecchie soddisfazioni. A cominciare dal semplice gusto per la lettura. Quella di Jvan Sica, infatti, è una penna felice. Giocata a metà tra la narrazione pura e quella scenica, la sua prosa scorre senza grossi intoppi, risultando efficace soprattutto nella descrizione di ambienti e piccoli riti: la liturgia dello spogliatoio o l’immagine di una lingua che si tuffa verso il fondo del bicchiere. Ma è nei capitoli condotti in prima persona che la verve dello scrittore si esalta. Per larga parte dell’opera la trama infatti è snocciolata da un narratore esterno, che segue il suo protagonista tra i vicoli di Roma. In alcuni passaggi, tuttavia, è lo stesso Sica-Mané a prendere la parola. Si tratta di pagine che galleggiano al confine tra il sogno, il ricordo e l’allucinazione. Un vago rimando agli intervalli onirici del Vittorini di Uomini e no, che – pur rimanendo lontano da certe vette – si lascia apprezzare.

Cosa non funziona – Se i personaggi di Garrincha ed Elza godono di una certa profondità nella loro caratterizzazione, lo stormo di maschere che si agita attorno alla coppia non va mai oltre la propria condizione di macchietta. La funzione corale è minima e il pur evidente sforzo di mimesi linguistica non riesce comunque a elevarle dal ruolo di mero paesaggio. Il che, alla lunga, risulta stucchevole. Così come la ripetitività nelle gag-tic di Mané (su tutte la consuetudine di chiamare Joao chiunque gli capiti a tiro). Ad appesantire maggiormente il romanzo, tuttavia, è una certa “ansia da completismo”. Pur concentrandosi su un breve periodo della vita dell’ormai ex fuoriclasse brasiliano, infatti, Sica mira a riassumerne l’intera parabola. Il guaio però è che per far arrivare ai lettori tutti questi aneddoti e dettagli la via prediletta è quella del dialogo. Ne risultano così scambi di battute interminabili e privi di mordente, didascalici e affatto naturali (vedi l’incontro tra Garrincha e un vecchio avversario italiano). Più adatta al saggio che non al romanzo, questa bulimia biografica raffredda l’empatia e l’interesse del lettore. Sarebbe bastato affidare la conduzione a un narratore interno (magari alla stessa Elza, conservando comunque i riusciti intermezzi in prima persona) per rendere il risultato ben più accattivante. E risparmiare anche qualche pagina di troppo. 

Sì o no? – Il consiglio è quello di dare una chance a Sica (recuperando anche il precedente Arrigo. La storia, l’idea, il consenso, la fiamma) e al suo Garincia. Pur non esente da difetti, si parla comunque di narrazione sportiva di livello. E se impianto e dialoghi a tratti scricchiolano, prosa e trama non deludono di sicuro.

Twitter: @Ocram_Palomo