Pechino si prepara ad abolire il sistema di detenzione extragiudiziale che da 27 anni a questa parte autorizza le autorità cinesi a sottoporre lavoratori del sesso e clienti a un periodo di rieducazione forzata (shourong jiaoyu) tra i sei mesi e i due anni.

Secondo la rivista finanziaria Caixin, il 24 dicembre la Commissione per gli Affari legislativi del Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo (NPCSC) – il parlamento cinese – ha “consigliato” l’interruzione del programma, dando nuovo impulso alla farraginosa riforma giudiziaria avviata nel 2013. Mentre la prostituzione verrebbe ugualmente punita sulla base della Public Security Administration Penalty Law (2012) – che prevede tra i 10 e i 15 giorni di detenzione – la revisione metterebbe fine al sistema parallelo approvato dal NPCSC nel 1992 e rafforzato nel ’93 dal Consiglio di Stato che tutt’oggi autorizza gli organi di pubblica sicurezza a sanzionare la prostituzione con varie forme di “rieducazione” a lungo termine; dalle lezioni di moralità alle autocritiche, passando per il lavoro forzato e altre attività umilianti mirate a “rimuovere le cattive abitudini”.

Secondo quanto spiega Shen Chunyao, presidente della Commissione per gli Affari legislativi dell’NPCSC, il sistema ha esercitato “un impatto positivo sulla società nel mantenere l’ordine, educare e salvare le prostitute”, oltre a combattere la diffusione di “un’atmosfera sociale malsana. Tuttavia, negli ultimi anni la necessità di utilizzare tali misure e il numero di persone sottoposte alla rieducazione sono diminuiti significativamente”.

Da tempo le organizzazioni per la difesa dei diritti umani denunciano l’anomala longevità del shourong jiaoyu, sopravvissuto all’abolizione del laojiao (2013), la “rieducazione attraverso il lavoro” introdotta da Mao per colpire i controrivoluzionari e successivamente destinata a piccoli criminali e dissidenti. All’articolo 7 delle Misure per la custodia e l’educazione delle prostitute e dei clienti, il sistema viene descritto come un provvedimento transitorio in posizione intermedia tra la Public Security Administration Penalty Law e il laojiao.

Nel 2014, Zhu Zhengfu, vicepresidente dell’ufficialissima All China Lawyers Association, è stato tra le prime personalità autorevoli a contestare pubblicamente la legittimità del programma, a stretto giro dalla condanna dell’attore Huang Haibo a sei mesi di “rieducazione” per induzione alla prostituzione. Secondo Zhu, la costituzione cinese stabilisce che la privazione della libertà personale non può essere inflitta semplicemente attraverso disposizioni amministrative. Serve l’intervento della legge.

A preoccupare gli esperti è soprattutto la violazione sistematica dei diritti umani a cui sono sottoposte le circa 20mila vittime del shourong jiaoyu. Stando a trenta testimonianze raccolte dalla ong Asia Catalyst tra il 2012 e il 2013, la rieducazione comprende spesso confessioni forzate e condizioni disumane di detenzione. Nonostante la legge cinese preveda un compenso per il lavoro carcerario, nessuna delle intervistate ha ottenuto alcuna remunerazione. Ad alcune di loro è stato persino estorto denaro in cambio di clemenza. Ed è proprio la connivenza prezzolata delle autorità ad aver permesso al mestiere più antico del mondo di prosperare fino ad arrivare a contare per il 6% del Pil nazionale.

Difficile calcolare l’impatto esercitato sull’industria dalla campagna antiprostituzione lanciata da Pechino nel 2014. Infatti, come spiega su Sixth Tone Pan Suiming, direttore dell’Institute for Research on Sexuality and Gender presso la Renmin University, nonostante il pugno di ferro, un’erosione degli incentivi economici per ogni arresto avrebbe in realtà portato a una riduzione dei casi gestiti dalle autorità di pubblica sicurezza a meno di 75mila nel 2015, in calo di due terzi rispetto al picco del 2001.

Finora la proposta del NPCSC ha ricevuto una tiepida accoglienza a livello internazionale. Troppe ancora le domande senza risposta. Cosa ne sarà di tutte le altre declinazioni del shourong jiaoyu? La prostituzione, infatti, non è l’unico reato ad essere punito con la reclusione senza giusto processo. Secondo Foreign Policy, nel 2016 si contavano 700 centri di disintossicazione per crimini legati al traffico e all’utilizzo di droghe per un totale di 357mila detenuti, 100mila in più rispetto a tre anni prima.

Numeri che scolorano se rapportati alle stime ufficiose dei cosiddetti “centri di istruzione vocazionale e di addestramento al lavoro” istituiti nello Xinjiang, la regione autonoma al confine con Pakistan e Afghanistan che da alcuni anni combatte una guerra a bassa intensità tra radicalismo islamico e resistenza etnoculturale. Qui circa un milione di musulmani sarebbe al momento sottoposto a corsi di “riabilitazione sociale”. Il sistema non solo non è vicino alla fine, ma è stato persino presentato all’esterno come modello vincente in contrapposizione alla strategia improduttiva messa in campo dai paesi occidentali contro il terrorismo.

di China Files per il Fatto