“Ho sempre avuto l’abitudine a spostarmi, fin da quando ero bambino. Così, quando in Italia non ero più soddisfatto, ho preso e sono partito”. Ciro Borriello, classe 1987, in un certo senso è lo stereotipo del cervello in fuga. Ingegnere aerospaziale, si è laureato al Politecnico di Torino nel 2012: ma da due anni lavorava già, in una start-up italiana di proprietà di uno dei più grandi produttori di aerei civili. Poi, dopo cinque anni di stipendio basso e promesse non mantenute, la scelta di ricominciare da capo nel 2015, con un master in Business administration a Cambridge. Da lì il destino lo ha portato a Darmstadt, in Germania, dove da agosto è stato assunto a tempo indeterminato da Eumetsat, l’agenzia intergovernativa che gestisce la rete europea dei satelliti meteorologici. In questo momento, con il suo team, sta sviluppando tre coppie di satelliti di nuova generazione, che forniranno i dati necessari alle previsioni meteo per tutto il continente europeo. Un progetto dal valore di 2 miliardi e mezzo: “In Italia non avevo mai visto finanziamenti oltre uno o due milioni”, racconta.

Ci avevano promesso che avrebbero quintuplicato i dipendenti, e tutti avremmo avuto un aumento importante

Ciro è nato in Olanda, dove i genitori, di origine campana, si erano trasferiti per lavoro. Ha fatto l’asilo a Ischia e le elementari a Caserta, prima di stabilirsi a Torino all’età di 11 anni. Sotto la Mole è rimasto fino a quando ne aveva 28. “A 23 anni, subito dopo la laurea triennale, ho iniziato a lavorare: mi sono unito a una start-up che realizzava progetti termici e meccanici. Appena sono arrivato, l’azienda è stata acquisita da un grande gruppo. Essere alle dipendenze di una società così importante mi ha dato la spinta per rimanere lì durante tutta la magistrale, alternando il lavoro allo studio”. Le promesse, ricorda, erano altisonanti: “Ci avevano promesso che avrebbero quintuplicato i dipendenti, e tutti avremmo avuto un aumento importante. Dopo cinque anni, però, l’unica cosa ad essere cresciuta erano le mie responsabilità. Lo stipendio era rimasto praticamente uguale, e le nuove assunzioni si erano viste solo in minima parte”. Così il giovane ingegnere molla tutto e si iscrive a un master in amministrazione d’impresa all’università di Cambridge, la più prestigiosa del Regno Unito, per affinare le competenze di gestione e project managing. “Negli ultimi anni a Torino mi occupavo più che altro di quello, quindi ho deciso di investire anche in un campo diverso dall’ingegneria pura”, spiega. “Ho scelto Cambridge perché aveva la migliore tradizione in ambito scientifico tecnologico, e prospettive occupazionali molto buone”. Studiare in un ateneo così rinomato, però, ha il suo costo: “40mila sterline per un anno di corsi, che ho investito dai miei risparmi e con un aiuto da parte della mia famiglia”, ricorda. “Ma ne è valsa la pena: già alcuni mesi prima di finire il master avevo varie offerte, tra cui una, quella dell’Eumetsat appunto, davvero irrinunciabile”.

Qui tutti collaborano l’uno con l’altro, l’attività è organizzata alla perfezione e anche l’ecosistema aiuta a lavorare meglio

Ciro, quindi, cambia il terzo Paese in due anni: destinazione Darmstadt, città tedesca a pochi chilometri da Francoforte. Per i primi due anni lavora con un contratto da consulente, poi, nell’agosto 2018, viene inserito nell’organico. “La prima, grande differenza con l’Italia, non lo nego, è lo stipendio: qui mi pagano più del doppio. Inoltre, lavorando per un’agenzia intergovernativa, ho il vantaggio che i miei guadagni sono esentasse”, spiega. “Addirittura, il territorio su cui insiste la sede di Eumetsat è esente dalla giurisdizione tedesca, si applica il diritto internazionale. Il clima, poi, è molto più rilassato di quello delle aziende private, in cui la competitività tra colleghi si fa sentire in ogni momento. Qui tutti collaborano l’uno con l’altro, l’attività è organizzata alla perfezione e anche l’ecosistema aiuta a lavorare meglio”. Da quando è in Germania, racconta, non gli è quasi mai capitato di dover fare straordinari: “Non c’è questo tipo di cultura, e in generale non è una cosa vista bene. In Italia mi capitava di lavorare molto più del dovuto, e nessuno l’ha mai considerato una stranezza. Anzi, era quasi una gara a chi stava di più in ufficio”.

C’è anche qualcosa che Ciro rimpiange del suo Paese, però. “Lavorare qui è come vivere in una bolla, c’è poco scambio con l’ambiente circostante, e questo non facilita l’integrazione. Non ho mai avuto bisogno nemmeno di imparare davvero il tedesco, perché sul lavoro si usa solo l’inglese. Soffro il clima un po’ ingessato e formale, e cerco di superarlo frequentando i colleghi italiani, che sono tantissimi. Il mio obiettivo, comunque – confessa – è tornare in Italia, prima o poi. So che per farlo dovrò rinunciare a una parte di stipendio, o accettare un lavoro meno prestigioso. Ma non mi interessa: sogno di poter fare ricerca e sviluppo nel mio Paese, creare qualcosa dal nulla. Prima o poi ci riuscirò”.