La vita è cambiata. Le nostre abitudini lo sono. Così come il nostro modo di pensare e di agire. È mutato il contesto nel quale ci agitiamo, freneticamente. Sono mutati i centri urbani, piccoli e grandi, che abitiamo. Dilatati spesso oltre misura nei margini esterni. Stravolti nei nuclei centrali. Lì dove la storia è raccontata da monumenti e funzioni. Quello che rimane delle testimonianze architettoniche e artistiche. Quel che continua a sopravvivere di luoghi caratteristici. Già, perché a soffrire più di ogni altro settore delle nostre città sono proprio i centri storici. Frequentemente celebrati, ma colpevolmente abbandonati a nuovi conquistatori. Abbandonati da molti amministratori locali, oltre che dalla politica nazionale.

Anzi utilizzati per far cassa dalla politica. Come stabilito nella nuova Legge di Bilancio. Con il comma 431 dell’articolo 1 che sancisce che “Al fine di favorire la valorizzazione degli immobili pubblici, nonché il rilancio degli investimenti nel settore … sono ammissibili anche le destinazioni d’uso e gli interventi edilizi consentiti”. Insomma un nuovo, autentico, rullo compressore pronto a far scempio di immobili storici.

Certo ci sono i casi di Roma e Napoli, Firenze e Siena, Urbino, Pienza, San Gimignano, che hanno avuto riconosciuti i rispettivi centri storici, patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Ma proprio alcuni di quei casi dimostrano come la circostanza di far parte della lista di quei siti che rappresentano delle particolarità di eccezionale importanza, da un punto di vista culturale o naturale, non sia stato sufficiente a salvaguardarli. A proteggerli dall’avanzata inarrestata di negozi di paccottiglia. A metterli in salvo dall’invasione di attività senza qualità. È così che luoghi che evocavano ricordi, anche attraverso profumi e sapori, si sono globalizzati. Insomma hanno perso quei caratteri distintivi che erano il loro autentico brand.

Una trasformazione che ha interessato, frequentemente, non solo il corpo sociale di quelle cellule primitive del corpo dei centri urbani, ma perfino elementi dell’urbanistica. Riadattati alle nuove esigenze. Se questi fenomeni hanno fatto scempio nei centri tutelati dall’Unesco, figurarsi cos’è accaduto altrove. In molti di quei luoghi, disseminati in ogni parte dell’Italia, nei quali la storia è visibile, concretamente. Luoghi nei quali i documenti attraverso cui è possibile raccontare le vicende del passato hanno la maestosità di mura e cattedrali e la forma di strade e vicoli.

La proposta di legge in materia di tutela dei centri storici, dei nuclei e dei complessi edilizi storici – avanzata dall’associazione Bianchi Bandinelli – è un’occasione. Visti i tempi, insperata. Un’occasione per la politica di mostrarsi finalmente vitale. Dopo condoni mascherati, periferie defraudate di risorse essenziali per il loro recupero e politiche contraddittorie sulle grandi opere, ecco la chance per partiti e movimenti. Restituire i centri storici ai suoi abitanti. Riconsegnarli alle città. Un’occasione, dopo la nuova Legge di Bilancio e lo sciagurato comma sfascia-centri storici, per creare un distinguo, se possibile, tra le forze di Governo. Un distinguo, a quanto pare improbabile, ma necessario. Per salvare il possibile.

Romolo, alias Maurizio Arena e Salvatore, alias Renato Salvatori, protagonisti di Poveri ma belli, film diretto nel 1956 da Dino Risi, abitano a piazza Navona. In quella Roma, che conservava nel centro storico l’aspetto popolare, era possibile che due persone modeste abitassero in quel luogo. La legge sui centri storici permetterebbe anche questo, forse. Contribuire al riequilibrio sociale. Non male per i nostri tempi.

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