I pacchetti sono cominciati ad arrivare anche prima di Natale. La baby sitter che partiva e metteva sotto l’albero un libro e un gioco. Amici vari che mi lasciavano piccoli doni per i miei due figli. I parenti che non avrei visto a Natale: altri regali da scartare. E questo è solo l’antefatto. Perché stasera arriveranno i nonni-uno, con libri comprati da fuori. E, in più, con le decine di regalini avanzati dal calendario dell’Avvento, che abbiamo deciso di aprire alla Vigilia. Domattina, poi, c’è Babbo Natale con i regali “veri” e a pranzo i nonni-due, che pure vogliono partecipare anche se separatamente. E poi, ovviamente, c’è la Befana, che ormai è diventata una specie di Babbo Natale bis: altro che mandarini, noccioline e caramelle.

Quello che sto raccontando, però, non vale solo per i miei figli. Se alzo lo sguardo in giro – ovviamente parlo di ceto medio, non mi riferiscono ai bambini poveri o molto poveri, sia chiaro – i bambini di oggi ricevono per Natale una quantità di regali impressionante. Stiamo parlando di decine di doni, appunto, tra Natale, Befana, parenti vari. Il motivo si spiega anche sociologicamente, o meglio demograficamente. I bambini sono numericamente molto pochi, la metà circa di quelli degli anni del boom demografico e sociale. Ci sono figli unici, a volte persino nipoti unici, sui quali si riversa l’affetto, anche materiale, di una pletora di nonni, zii, amici.

Lo stesso vale ormai per i compleanni. L’altro giorno ero seduta all’entrata di un centro sportivo dove si svolgeva la festa per una bambina. Saranno entrati circa 25-30 genitori, ciascuno con in mano un pacco. Il che significa che quella bambina di pochi anni avrà ricevuto più di 20 regali solo dagli invitati, senza contare ovviamente genitori, nonni, parenti vari, amici. Tempo fa ricevetti la foto di una mamma che per ringraziare dei regali a suo figlio lo ritraeva immerso dei doni. Il pensiero era gentile, ma ricordo che mi fece veramente impressione quel bambino immerso in un mucchio di giochi di ogni tipo.

Non voglio fare un facile discorso moralistico. Ma quello che provo di fronte ai regali che ricevono i miei figli, cosa di cui pure dovrei essere felice, è un autentico disagio. Una sensazione di malessere, come se questa enorme quantità di regali fosse qualcosa di stonato. Come in effetti è. Da un lato, perché il loro continuo ricevere regali fa sì che l’asticella della loro gratificazione si alzi sempre più in alto, il che significa che se ricevono “poco” sarebbero scontenti, frustrati, tristi quando invece se i regali fossero stati sempre pochi e piccoli sarebbero stati felici comunque. Ma questo sarebbe il meno. Il vero problema per me è che ogni volta che li vedo scartare un regalo penso al fatto che loro sono una piccolissima percentuale di bambini felici a fronte di centinaia di milioni di bambini che non hanno acqua potabile da bere, periscono di malattie insignificanti sotto gli occhi dei genitori disperati in zone non raggiunge da nessuno, se non da coraggiose Ong, non scartano nessun regalo o se lo scartano è forse una matita, un pupazzetto, una gomma da cancellare, quando va loro bene. L’enorme sofferenza di questi piccoli mi accompagna sempre, ma durante le feste di Natale ancora di più. Specie in un momento culturale e politico ostile a chi soffre enormemente, ai disperati, ai più fragili.

Qualche amico mi ha suggerito di chiedere ai parenti di non regalare oggetti, ma cosa immateriali. Ma la sostanza non cambia molto, perché se anche ricevono il biglietto per un acquapark o un piccolo viaggio si tratta sempre di esperienze che altri non potranno mai provare. Al tempo stesso, tentarli di crescere in maniera non consumista è uno sforzo quasi impossibile. Perché comunque ci sarebbe troppa disparità con gli amici, i compagni di classe e non è la disparità quella che, secondo me, serve. Ciò che davvero vorrei è che tra il bambino più ricco della Terra e quello più povero non passassero miliardi di euro, ma magari centinaia di migliaia. Che ci fossero bambini magari poveri, ma comunque nutriti e non in pericolo di vita e non in zone di guerra, messi in grado di festeggiare, secondo le loro credenze, il Natale o altra festa simile. Fare donazioni aiuta, certo, come aiuta invitare i nostri figli a dare una piccola parte dei loro soldi per un bambino meno fortunato, un gesto per nulla banale o scontato. Ma non è una donazione che cambia il gigantesco, terrificante squilibrio attuale. Il problema resta: si può essere felici quando il mondo intorno a te non lo è? Io credo di no.

La cosa paradossale è, poi, che i nostri figli non riescono ad apprezzare ciò che viene loro regalato e a goderne veramente, fino in fondo. Sono bambini profondamente dipendenti dalla materialità, che hanno mille bisogni già a pochi anni e che rischiano, da grandi, quando si troveranno ad affrontare la vita vera – arrivare a laurearsi, trovare un lavoro, essere indipendenti, sopportare la precarietà, le basse paghe, lo sfruttamento – di andare in mille pezzi, incapaci come sono di sopportare situazioni di fatica e scarsità alle quali non potremo supplire in eterno (per fortuna). Se i nostri figli avessero meno, se avessero vite meno colme di attività di ogni tipo, feste, divertimenti, sollazzi, se potessero vivere una situazione di eguaglianza già con i propri simili in classe, se la smettessero di percepire il proprio mondo come il mondo tout court avendo qualche cognizione di ciò che accade fuori e di conseguenza meno arroganza e più umiltà, sarebbero bambini più felici.

Non è retorica, non è moralismo, non è buonismo, è la verità. Come insegna la meravigliosa favola del Grinch del Dr. Seuss, poi, se togliessimo tutti i regali il Natale, se Natale è, resterebbe. Sarebbe un Natale fatto di affetti, visite a persone e parenti non visti e magari in difficoltà, di contatto e gioco con i propri genitori e magari i propri fratelli. Ecco, i fratelli e le sorelle, naturali o adottati. Un regalo meraviglioso che i nostri bambini non hanno quasi più e che nessuna Nintendo o mega-confezione di Lego potranno mai sostituire.

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