E anche quest’anno è tornata, puntuale come un cinepanettone o un tormentone estivo fuori stagione: la web tax è spuntata all’improvviso nella manovra finanziaria di fine anno. E non rassomiglia all’ormai mitologica figura della web tax nata tanti tanti anni fa con l’idea di richiamare quattro o cinque giganti della rete al pagamento delle tasse anche nel nostro Paese. Si chiama imposta sui servizi digitali da chiunque erogati, che si tratti di una televisione, di un grande giornale, di una casa automobilistica o di un gruppo che vende i suoi servizi anche on line.

L’unica vera linea di confine tra i soggetti passivi della nuova imposta e coloro ai quali non si applica sono un paio di requisiti dimensionali. Il primo per pochi, anche se non pochissimi: 750 milioni di euro di ricavi ovunque e comunque realizzati, ovvero non solo in Italia e non necessariamente in ambito digitale. Il secondo per tanti, almeno tra i primi, e se non oggi in un immediato futuro nel quale, inesorabilmente, tutte le imprese – piccole e grandi – vedranno progressivamente crescere la fetta di ricavi legati alla vendita di servizi digitali.

L’universo dei servizi digitali definiti, per ora, nel testo della norma è ampio e sembra descrivere – con la sola eccezione dei servizi pubblicitari più facilmente identificabili ma evidentemente incapaci di generare la raccolta fiscale attesa dall’applicazione della norma – più o meno qualsiasi forma di interazione commerciale basata sul digitale e sulla trasmissione di dati. La vaghezza, almeno attuale, della definizione è tale da suggerire che sarebbe stato più facile dire che tutti i servizi digitali comunque erogati – magari con una manciata di eccezioni – rientrano nell’ambito di applicazione oggettivo della nuova imposta.

È un peccato cadere ancora una volta nella trappola della web tax. È un peccato che, a poche ore dall’ingresso nel 2019 – mentre il governo sta obiettivamente dimostrando un’inedita attenzione verso il futuro, l’innovazione, l’intelligenza artificiale come possibili volani di un rinascimento italiano – si inciampi su quella che, specie in questa formulazione, ha tutta l’aria di essere una specie di tassa proprio sul futuro. È un peccato perché, probabilmente, la misura alla quale si sta lavorando in queste ore non vedrà mai la luce – come già accaduto in passato per analoghi esperimenti – o, magari, la sua portata verrà edulcorata e corretta in un sussulto di orgoglio innovativo, in sede di varo del decreto ministeriale al quale la norma rinvia la determinazione delle “misure di attuazione dell’imposta sui servizi digitali”. Ma, se così non fosse, l’Italia si ritroverebbe a essere uno dei pochi Paesi digitalmente arretrati a scegliere di tassare l’innovazione.

Mentre l’impatto dell’applicazione della norma in questione sui conti dell’erario difficilmente sarà quello sperato [i numeri che circolano in queste ore sembrano difficilmente compatibili con la stato dei mercati considerati, salvo non pensare a una generalizzata applicazione della nuova imposta sul commercio elettronico, nda] e difficilmente sarà davvero significativo, quello sull’attrattività dei mercati digitali italiani minaccia di essere rilevante – naturalmente in negativo –  e di neutralizzare gli effetti positivi attesi da una serie di iniziative di governo, che al contrario vanno nella direzione giusta, provando a far salire il nostro Paese sui binari che portano al futuro.

Buonismi natalizi a parte, non è il momento di puntare l’indice contro nessuno – anche perché la sensazione è che sia un’operazione che lo stesso governo sta subendo in nome di una sorta di ragione di Stato nei rapporti con l’Europa – né di innescare polemiche assolutamente sterili a una manciata di ore dal voto in Parlamento. Ma un invito alla riflessione sembra opportuno. Il futuro è troppo prezioso per farne oggetto di un intervento estemporaneo e last minute.

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