Il promettente filone giornalistico dell’imprenditore italiano che cerca disperatamente personale senza trovarlo si è arricchito in questi giorni di un nuovo episodio con la storia di Francesco Casile, dirigente milanese nel settore della moda, che stando alle cronache, sarebbe rimasto vittima di quell’Italia disperata (a chiacchiere) per le poche opportunità di lavoro ma in realtà ridotta ad un esercito di giovani buoni a nulla, capaci solo di lamentarsi e aspirare all’ormai mitologico reddito di cittadinanza.

L’Italia è ad un passo dalla Grecia, anzi no, è un passo dopo la Grecia e c’è chi fa lo schizzinoso con un posto di lavoro? Davanti a chi, generosamente, offre un contratto e minaccia, addirittura, di pagare 14 mensilità, non si trova nessuno, dico nessuno, che – dopo aver acceso un cero e appeso alla parete una foto dell’imprenditore – decida di salutare gli amici della sala scommesse oppure il divano di casa e accetti di mettersi in gioco?

Stando al Corriere, il caso ha scatenato il plauso di una platea di imprenditori-filantropi (già, in Italia cercare personale è un’attività filantropica) che non riescono in nessun modo a riempire centinaia, migliaia di posizioni ambite: barista, cameriere, parrucchiera, commesso. Nulla da fare, non c’è più gente incline al sacrificio. Solo qualche tempo fa, la proprietaria del bar sotto casa dei miei genitori, a Roma, si lamentava così con una cliente: “Ho offerto una posizione da 30 ore a settimana, pagate 5€ l’ora da barista e ci fosse stata una persona, dico una persona, che avesse risposto all’annuncio. 5€ l’ora! E chi te le dà?“. In effetti in un paese come l’Italia, in una capitale come Roma, non dovrebbe essere 5 euro ma 15 euro l’ora la paga offerta.

Più che un fannullone, chi rifiuta offerte di lavoro perché non convenienti, andrebbe applaudito perché è sinonimo – in questo caso sì – del fatto che l’Italia è più lontana dal baratro di quanto si dica; al di sotto di una certa soglia, andrebbe detto ad alta voce, è preferibile e più sano rimanere a casa a guardare la televisione perché con lavori sottopagati si perdono opportunità vere e si contribuisce al dumping salariale. E’ più sociale (ok, quest’ultima è una parolaccia in Italia ma vi prego, passatemela) e soprattutto costringe gli imprenditori a fare il loro lavoro: trovare una quadra al cerchio stipendi e costi.

Se da un lato la retorica sfruttamentista della “responsabilità” (non si trova lavoro perché i giovani non vogliono assumersi responsabilità), come se l’Italia fosse diventato d’improvviso un paese calvinista, fa sorridere, dall’altro i dati dovrebbero far indignare: nel nostro paese si percepiscono gli stipendi più bassi tra le nazioni del G7 e senza un welfare degno di questo nome. E il rapporto tra stipendi e costo della vita è, probabilmente, il peggiore d’Europa. Il sorriso diventa risata fragorosa, se si pensa che l’Italia è consumata dall’evasione fiscale e dal sommerso: calvinismo sì ma solo nei giorni pari.

Francesco Casile offre 1500€ al mese a Milano? E’ tanto o poco? Se non bastano ad arrivare a fine mese è poco e se qualcuno, che lavora full-time, deve indebitarsi con banche, parenti e amici per sbarcare il lunario è bello sapere che in tanti, in Italia, ancora usano il cervello.

Ciò che lascia basiti è la triste campagna contro il reddito di cittadinanza lanciata proprio da Casile: anche se lui, probabilmente, non lo sa, nei paesi dove esiste un sostegno al reddito –praticamente tutti, Italia esclusa – quelli che hanno adottato un sistema universale, tipo l’Olanda, lo hanno fatto proprio per costringere gli imprenditori a pagare di più. Nei Paesi Bassi è una vera e propria arma di ricatto per tenere i salari ad un livello dignitoso.

D’altronde le chiacchiere stanno a zero, l’alta mobilità ha chiarito le idee a tutti: in Italia si lavora male, si viene trattati peggio e per pochi soldi. E se un tempo il mantra era “queste sono le condizioni, prendere o lasciare”, oggi la curva di chi lascia (il paese) cresce vertiginosamente. Se in tanti, giovani e qualificati, preferiscono un impiego al di sotto delle loro aspettative in un paese del nord Europa, pur di uscire dal sistema schizoide italiano, ma che dia loro un minimo di stabilità, questo dato da solo dovrebbe far riflettere. E invece, tra sciocca ironia e il disprezzo italico per la comprensione di ciò che avviene oltre il perimetro della propria mini-repubblica personale, il problema dell’impiego si riduce ad una misera e arrogante polemica su fannulloni e gioventù bruciata gonfiata da signori sopra i 50, che tra non molto saranno la maggioranza del fu Bel Paese.

P.s. Secondo il racconto dell’imprenditore, alcuni profili interessati alla (non proprio) ambita posizione, avrebbero fatto storie per l’orario del colloquio. “Alle 10 no, meglio alle 12”. Da che mondo è mondo, il candidato non è ancora lavoratore dell’azienda, il colloquio non è orario di lavoro e per questo si concorda tra le parti.

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