Un mese di udienze, i primi testimoni e il processo che rischia di trasformarsi in uno show tra il racconto di omicidi efferati e personaggi che sembrano profili da film e pur avendoli visti davvero lì, nelle pellicole e nelle serie tv che parlavano del loro capo o peggior nemico, sono reali. Il processo a Joaquín Archivaldo Guzmán Loera, ovvero El Chapo, il capo del cartello messicano, si sta celebrando dai primi giorni di novembre a New York, davanti alla Brooklyn Federal Courthouse, e dalle parole dei testimoni emergono nuovi particolari della vita di uno dei narcotrafficanti più spietati, ricchi e pericolosi al mondo. La procura gli contesta 33 omicidi e di aver fatto entrare negli Stati Uniti 150 tonnellate di cocaina. Bazzecole, a sentire i testimoni.

“Chupeta”, il testimone che ha cambiato faccia – L’ultimo a presentarsi negli scorsi giorni davanti alla corte è stato il colombiano Juan Carlos Ramirez Abadia detto “Chupeta”, alleato del Chapo nell’esportazione della polvere bianca oltre il confine texano. Catturato undici anni fa, Abadia era il capo del cartello Norte del Valle e la sua fortuna personale è stata stimata in quasi 2 miliardi di dollari. La faccia comparsa davanti ai giudici non è quella naturale: è stato lui stesso a raccontare ai giudici di essersi sottoposto a diversi interventi chirurgici che ne hanno cambiato fisionomia: “Mascella, zigomi, occhi, bocca, orecchie, e naso”, non sono più gli stessi e, quando venne arrestato in Brasile, è stato identificato grazie a una tecnologia di riconoscimento vocale per identificarlo.

L’incontro in hotel organizzare i voli – Secondo le sue stesse stime, “Chupeta” ha smerciato 400mila chili di cocaina e ordinato almeno 150 omicidi. Ora è uno dei principali testimoni del governo nei processi per narcotraffico, compreso quello contro El Capho. Tra le altre cose, ha raccontato di un incontro in un hotel messicano per siglare l’accordo tra il suo cartello e quello di Sinaloa così da portare la cocaina a Los Angeles e New York grazie a voli aerei concordati.

Il racconto choc dell’omicidio – In aula è comparso anche Jesus Zambada, fidatissimo di Guzman all’interno del cartello di Sinaloa. Secondo il suo racconto, durante la faida nell’alleanza, El Chapo ha fatto uccidere il fratello di un boss perché non gli aveva stretto la mano al termine di un incontro. Quell’omicidio, secondo Zambada, fu la scintilla che scatenò la lotta interna al cartello nella quale venne assassinato anche un fratello di El Chapo. Zambada ha anche spiegato alla giuria di aver pagato un ufficiale dell’esercito messicano per evitare la cattura di El Chapo durante la latitanza tra il 2001 e il 2014. Essere riuscito a evitare l’arresto, gli valse l’invito in una delle dimore segrete del narcos messicano.

Bazooka e “38” personalizzata – In quell’occasione, El Chapo – secondo il racconto di Zambada – tirò fuori alcune delle sue armi più particolari. Spuntò così un bazooka e una pistola calibro 38 con il manico incastonato di diamanti e le iniziali del narcos. Lusso sfrenato, come quello che ora la sua compagna sfoggia su Instagram. Grazie a una ricchezza accumulata, secondo l’accusa, in 3500 società sparse in tutto il mondo frutto dei soldi del narcotraffico. A Guzman sono stati sequestrati negli anni 500 aerei e diversi piccoli sommergibili utilizzati dal cartello di Sinaloa per trasportare la droga verso gli Stati Uniti.