I numeri sono inquietanti. 25.000 bambini ogni anno, in Italia, nascono con la “sindrome-Feto-alcolica”, una grave malattia del fatto diretta conseguenza dell’assunzione di alcol in gravidanza. Le conseguenze, come rivela The Lancet Global Health, sono pesantissime: disfunzioni morfologiche, deficit di attenzione e di apprendimento, iperattività, malattie mentali, che possono manifestarsi anche dopo qualche anno dalla nascita. Che l’alcol facesse male in gravidanza è cosa nota sia alle donne che ai medici, ma in una forma così generica e vaga da risultare spesso inefficace. Si sa che bere non fa bene al bambino, ma non che bere porti, in un caso su 67, a questa patologia, finora sconosciuta anche agli stessi specialisti, come i ginecologi, che di fronte a una donna incinta si limitano spesso a dire: “Non fumi, non beva”, ma senza spiegare esattamente perché. Ma, ripeto, le indicazioni non motivato e non spiegate non aiutano le donne a seguire le prescrizioni.

Non solo. Nel senso comune, vale ancora la convinzione che il fumo faccia più male dell’alcol durante i nove mesi di gestazione. Io stessa, ammetto, non mi sono mai granché preoccupata di questa aspetto durante le gravidanze, anzi mentre ero attentissima non solo a non fumare ma anche a non respirare fumo passivo, bevevo senza problemi un bicchiere di vino ogni tanto. Penso dunque che di questa patologia vadano informate tempestivamente tutte le donne che stiano pianificando una gravidanza, così come i medici di base, i ginecologi, i pediatri. E penso anche che, come al solito, esista ancora oggi una contraddizione totale nel modo in cui trattiamo le sostanze nocive. Battaglie campali (sacrosante) per indurre la gente a smettere di fumare e scritte scioccanti sui pacchetti di sigarette da un lato. Silenzio su alcolici e superalcolici dall’altro, quando questi ultimi provocano danni irreparabili su organismi adulti – 435.000 morti dal 2008 secondo l’Eurispes – figuriamoci su donna in gravidanza e feti. Ancora oggi il fumo è considerato un male assoluto, il vino rosso no, e anzi quando la ministra della Salute francese disse che l’alcol non dava alcun beneficio Macron corse ai ripari mostrandosi in pubblico con un bicchiere di rosso e in mano per evitare la rivolta dei produttori del settore.

Tornando alla gravidanza. Ricordo perfettamente il motivo per cui continuavo a bere ogni tanto un bicchiere di vino (come andare in motorino e altre cose “proibite”). Era un modo per esprimere l’insofferenza verso un modello di gravidanza sempre più veicolato da medici e media. Un modello ipersalutista e proibizionista, dove alle donne incinte, appunto, è impedito tutto. E dove ci si immagina la donna in gravidanza quasi come una macchina, non un soggetto, e sempre nella stessa identica maniera: possibilmente pastello-vestita e dedita unicamente a curare il proprio corpo e la propria alimentazione in maniera ossessiva. Mi sono imbattuta fin troppe volte in donne incinte capaci di andare nel panico per una insignificante violazione, e spaventate dalle mille proibizioni date appunto senza motivazioni. Ho letto chat di donne disperate per essersi spruzzate uno spray anti zanzara o fatte la tinta ai capelli e convinte che il loro figlio sarebbe nato deformato. Donne impossibilitate a rilassarsi e godersi la gravidanza nella sua bellezza anche per la sfilza di prescrizioni affibbiate, che oggi tra l’altro generano un business notevole (ginnastica in gravidanza, integratori per la gravidanza, analisi, cibi bio e così via).

Certo, mettere a rischio la vita di un bambini che deve nascere è grave e non è un caso sul tema c’è un dibattito filosofico molto acceso tra chi pende per la libertà delle donne e chi invece sarebbe favorevole a restrizioni, anche pesanti, della loro libertà purché evitino comportamenti dannosi come bere e fumare, o peggio assumere droghe etc. Io vorrei, più che schierarmi, e senza giustificare chi beve, mettere in luce un altro aspetto: per portare avanti una gravidanza perfetta così come oggi ci viene prescritta bisognerebbe avere una vita riposata, lavorare pochissimo o farlo senza stressarsi, avere mille aiuti in casa e con eventuali altri figli. Cosa che, invece, non avviene per i muovi che sappiamo. Perché il lavoro delle donne è precario, gli aiuti pochi. Perché ci si aspetta da una donna in gravidanza che si curi come una donna in gravidanza ma sia efficiente come una donna non incinta, oppure – ancor di più – come un uomo. Le prestazioni che ci chiedono sono altissime, e sempre contrastano con i ritmi dei nostri corpi. E allora limitarsi a vietare l’alcol a donne che magari bevono un bicchiere per riprendersi dopo giornate sfinenti non aiuta. Informare va bene, informare e aiutare è molto, molto meglio.

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