Alla fine ce l’ha fatta, Matteo Salvini ha realizzato il suo sogno: manovrare una ruspa del genio militare (che poi, tecnicamente, si trattava di un escavatore, ma tant’è).

Per la verità lo scorso primo maggio si era fatto immortalare, seppur “privatamente” (salvo poi dare in pasto il video, su Facebook, ai suoi numerosi tifosi) mentre prendeva lezioni su come guidarne una. Ma volete mettere l’ebbrezza di essere in diretta sui social, sulle tv di tutto il Paese, con uno stuolo di telecamere, fotografi e giornalisti che gridano “Matteo” mentre, per di più, dai inizio alla demolizione delle villette abusive dei Casamonica? Ovviamente non ci sono paragoni.

Dunque, dopo il bagno nella piscina confiscata alla mafia, la trottata in sella a un cavallo e i numerosi brindisi per le sagre nostrane, il ministro dell’Interno ha raggiunto, simbolicamente, l’apice del suo messaggio propagandistico. Tanto da recitare, tronfio dopo il bagno di folla – folla reale e al tempo stesso virtuale, con annesso incremento di popolarità e consensi – tanto da recitare, dicevo: “Vale la pena fare il ministro per ruspare la villa di un mafioso”.

Eppure ieri, alla “festa” nel quartiere Romanina, c’era un altro protagonista istituzionale (sorpresa, scommetto che non ve n’eravate accorti): il presidente della Regione Lazio.

Nicola Zingaretti, alle 11 di ieri mattina, ha partecipato, in sordina, alla conferenza stampa insieme al titolare del Viminale, al direttore dell’Agenzia dei beni confiscati (Anbsc), Ennio Mario Sodano, e al prefetto di Roma, la dottoressa Paola Basilone.

Uno Zingaretti dimesso, sorridente ma dimesso, che forse al pari di Virginia Raggi ma senza dubbio più di Matteo Salvini, meritava di stare lì. Considerando che quella villa era stata confiscata nel 2009, sgomberata nel 2013, e che la stessa Regione aveva chiesto all’Anbsc, lo scorso maggio, di poterne ottenere l’affidamento (tradotto: investire denaro, cioè 150mila euro, per abbatterla e recuperarla).

A un certo punto però, finita la conferenza stampa, i due si avvicinano, caschetto bianco in testa, alla casa e ai due escavatori militari posizionati nel cortile d’ingresso. Entrambi, manco a dirlo, in diretta Facebook: a stento 300 persone, collegate, sul profilo di Zingaretti, le solite 4-5mila per Salvini.

Il ministro, con passo sicuro, raggiunge uno dei due mezzi, sale e si siede dietro ai comandi. Come detto, fotografi e telecamere sono tutti per lui. È il suo momento.

Zingaretti, invece, rimane in disparte. Un po’ imbarazzato, un po’ divertito. Ogni tanto si gira verso il suo staff e commenta, sorridendo. Alle sue spalle, a una quindicina di metri, la rockstar macina consensi.

In quei pochi minuti, ho sperato, ho sperato con tutto me stesso: “Non farlo, non salire anche tu. Resta dove sei”. E, alla fine, il fratello di Montalbano, mi ha pure sorpreso: “Spegni il motore, va’” ha detto rivolto Salvini, sfottendolo.

Bene, Salvini avrà guadagnato altri “x” voti potenziali. Non fa nulla. Datemi pure del pidiota, ma io stavo con Zingaretti, in disparte. Perché di penoso, in quel momento, c’era solo quello seduto su un escavatore militare a divertirsi come un bambino. E a strizzare l’occhio a chi lo stava guardando da casa.