Tra i tanti partiti che ha contribuito a fondare o a dirigere, tra i tanti vessilli grazie ai quali è stato eletto, e ormai da decenni, Marco Minniti, candidato alla segreteria del Pd, dimentica il Pci, la culla della sua militanza giovanile e non solo. Temo sempre che resettare il passato, abiurarlo o esorcizzarlo, nasconda un senso profondo e irrisolto di colpa, l’ammissione di un peccato che poi ha bisogno di un ravvedimento tanto operoso da apparire definitivo.

Se Minniti nega la sua identità è perché vi scorge un peccato così grande da non poter essere neanche narrato. Ma Minniti non sa che chi si vergogna di quel che è stato nasconde anche quel che è.

Non sa, non ricorda oppure fa finta di non saperlo che milioni di italiani (compreso chi scrive) sono stati felici di essere militanti di quel partito, anzi ne sono così orgogliosi da ricordarlo sempre.

Si sono battuti, chiedo scusa se riduco quella passione in uno slogan, per una società più giusta, per una democrazia più larga e solida. E mai hanno dimenticato di denunciare i soprusi, gli atti di imbarbarimento, le violazioni dei diritti di chi nel mondo – storpiando il senso di quella idea – aveva dato vita a regimi illiberali.

Bisogna conservare il vizio della memoria. Solo così potremmo custodire con noi, e per sempre, il vizio della speranza in un mondo un pochino migliore di quel che è.

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