Non è il fascismo che torna e nemmeno il nazismo, ma piuttosto i loro ingredienti di base. E nel riconoscerli chiamiamo provvisoriamente con vecchie parole una eventuale torta avvelenata tutta da nominare”. Lo ha scritto recentemente Domenico Starnone su Internazionale. Lo scrittore è intervenuto nel dibattito che si è aperto  a proposito di certi “eccessi” nella parole e nelle azioni che vedono come protagonista il leader della Lega, (vice)premier e ministro dell’Interno Matteo Salvini, neppure minimamente contrastato su questo fronte dal M5S e dal (vice)premier Luigi Di Maio, bisministro e leader dei pentastellati.

Il primo riciccia più o meno consapevolmente slogan mussoliniani, minaccia di bloccare le frontiere terrestri, chiude i porti e respinge le navi che soccorrono i migranti e li sfotte pure, mobilita ruspe più o meno “pacifiche”, indica i rom e i profughi (tutti o quasi “clandestini”, nonostante il diritto internazionale…) come portatori di ogni male tra un “popolo italiano” altrimenti vicino alla perfezione (salvo fare una comparsata “buonistaquando ne arrivano una cinquantina con un aereo dell’Onu), sostiene che l’antifascismo sia superato, elogia il diritto al porto d’armi di massa. Il secondo si è specializzato nell’evocare interventi legislativi contro i media e i giornalisti, accusati in blocco o quasi di essere “infimi sciacalli” perché non sarebbero in linea con le sue aspettative e quelle del “suo” popolo, mentre non dice nulla sugli eccessi dell’altro vice. Semmai i due litigano talvolta sul contenuto del contratto di governo sottoscritto da entrambi prima di allearsi, come se fossero due aziende private: uno strumento inedito continuamente evocato, con rapide riconciliazioni; peccato che sembri scavalcare le regole democratiche e costituzionali.

Starnone scrive: “Non bisogna – si è detto di recente – usare l’etichetta di fascismo a vanvera. È una giusta ammonizione. Sono forse in atto regimi autoritari? No. Di Maio è Mussolini, Salvini è Hitler? Macché. Trump o Bolsonaro, tanto per guardare più in là, sono dittatori? Niente affatto, sono stati eletti democraticamente. Ma allora perché si continua a gridare al fascismo?”. E conclude con quelle parole citate all’inizio: forse abbiamo a che fare con una torta avvelenata tutta da nominare. Lo scrittore non ha torto. In effetti usare il termine “fascista” a vanvera, 73 anni dopo la conclusione della guerra e la brutta fine di Mussolini, è controproducente, soprattutto se si tenta di attribuire a questi anni le stesse caratteristiche del Ventennio. Forse è preferibile parlare di “tendenza al totalitarismo”, quello messo in pratica nelle cosiddette “democrature”: sono “regimi politici improntati alle regole formali della democrazia, ma ispirati nei comportamenti a un autoritarismo sostanziale”, come recita il Vocabolario Treccani; cioè, quelle dittature travestite da democrazie che – in nome di un “popolo” – sembrano trovare nella Russia di Putin, nell’Ungheria di Orbàn o nella Turchia di Erdoğan un buon terreno di coltura. Guarda caso, i primi due sono cari soprattutto a Salvini.

Tuttavia ci sono altre questioni cui rispondere. Esistono ancora gli anticorpi necessari per contrastare derive neototalitarie nella società italiana (certo, anche in altre società)? Di più: gli italiani hanno ancora un bagaglio civico e culturale che permetta loro di non scambiare i germi del neototalitarismo per rudi, ma simpatici, sfoghi del leader populista di turno? Succedono cose che sembrano spingere verso il “No”. Per esempio, preoccupa il fatto che gli atteggiamenti razzisti, sdoganati dal potere, siano entrati nel linguaggio comune di troppi di noi; desta allarme l’intolleranza, accompagnata da parole di disprezzo e accuse di collaborazionismo (con una delle caste evocate dal nazionalpopulismo), che si coglie anche nei commenti scritti online contro chi appare “sovversivo” rispetto all’andazzo politico attuale.

Quindi oggi non c’è il rischio di tornare al vecchio fascismo, l’unica forma di totalitarismo che l’Italia ha davvero sperimentato. Ma forse c’è il rischio di raccoglierne l’eredità senza manco rendercene conto. Può cascare in questa trappola chi ormai dà per scontato, visto che lo dicono i capi…, che esista una gerarchia tra gli esseri umani, che alcune persone siano più “umane” di altre e che, addirittura, ci sia chi è sotto la soglia necessaria per essere definito davvero “umano”. Un tempo un movimento con radici popolari, e dotato di queste caratteristiche, veniva definito “fascista”, così come un governo capace di formalizzare quei pregiudizi. Perché  la naturale logica finale di una gerarchia “morale” di quel tipo porta al principio per cui i forti hanno il dovere di usare la forza contro i deboli e contro chi non si sottomette, poiché costoro sono per definizione parassiti e/o predatori. Purtroppo questo punto di vista rischia di essere instillato goccia a goccia nel senso comune della gente e, contemporaneamente, istituzionalizzato: sotto tiro ci sono sovversivi, diversi, profughi e poi chissà chi, in una deleteria costruzione di gerarchie. Ed è – chiamiamolo come ci pare – il baratro che dobbiamo cercare di scansare.