di Christian di Feo

Beppe Sala: “Le chiusure domenicali le facessero ad Avellino, qui a Milano non ci rompano le palle“. 10 novembre 2018: la Lega, guidata dal nuovo leader Sala, riconquista palazzo Marino. Scherzi a parte, per il sindaco meneghino è giusto tutto quanto sta accadendo da anni sul tema liberalizzazioni.
A Milano più che ad Avellino.
Al Nord più che al Sud.
È giusto che i centri commerciali siano aperti nelle festività.

Allora voglio anche gli uffici pubblici aperti la domenica.
Anche gli studi professionali, si sa mai che ne abbia bisogno.
Pure gli studi medici specialistici privati.
Già che ci siamo, anche gli esami ospedalieri.
E la banca.
La posta.
L’asilo.
Le scuole.

Lavoriamo tutti la domenica. Poi però dobbiamo trovarci un giorno libero o due comodo a tutti per passare il tempo con i propri cari, che male non fa. Che giorno scegliamo? Il paradosso.

Economia e benessere possono coesistere. Basterebbe ricordarsi che il mondo è fatto anche di relazioni, che alimentano l’economia stessa grazie al benessere dei singoli. Forse così ci verrà più facile pensare che un piccolo sacrificio di tutti aiuta a far star bene tutti. Forse si comprenderà che non serve neppure chiudere i centri commerciali la domenica, ma limitarne con efficacia l’apertura, dando garanzie solide a chi vi lavora (stipendio, numero di domeniche vincolanti, festività in funzione al proprio credo), rivedere gli orari di apertura. Insomma con soluzioni studiate che giovino al benessere di lavoratore e consumatore. Per far godere tutti di ciò di cui hanno diritto, dalla famiglia al benessere.

L’egoismo porta solo al conflitto sociale. Se non operiamo per scelta ma pensando che tutto sia dovuto, allora lo Stato equo e sociale sarà sempre lontano.

Per questo, a mio avviso, equiparare i servizi essenziali al commercio “no limits” è superficiale e dimostra che non si è interessati all’equilibrio tra economia e benessere. Si è sempre lavorato di domenica, urge sicuramente parlare di maggiori tutele e disponibilità anche per chi opera nei servizi essenziali, ma equiparare il loro straordinario operato con il consumismo assoluto è dispregiativo.

Non ho mai lavorato di domenica “per obbligo”: l’ho fatto per scelta e organizzazione personale. Vivo il “disagio” da famigliare. Mio padre per quasi 30 anni è stato al servizio delle Ferrovie dello Stato: ricordo poche festività trascorse con lui. Mai una volta si è lamentato del suo lavoro: da piccolo una volta gli chiesi “Perché non ti fermi al pranzo di Natale con noi?” e lui “Mi piacerebbe, ma chi farà tornare le persone dai propri cari per festeggiare?”. Non glielo chiesi più, mi rattristavo del fatto che non fosse con noi quando toccava a lui il turno, ma sapevo che lo faceva per uno scopo necessario (come medici, infermieri…), non per capricci altrui.

Oggi vivo una situazione simile con mia moglie, che mai si è sottratta al suo dovere, spesso andando oltre, nonostante la stanchezza, nonostante le domeniche oltre contratto. Lavora in un grande magazzino, di quelli aperti fino alle 22, a volte fino alle 23, senza giorno di chiusura se non Natale e Capodanno. Di quelli dove difficilmente ti godi il weekend tra famiglia e brevi viaggi. Di quelli dove entri e non trovi nessuno già alle 20 e ti chiedi perché debba restare lì, in piedi, per altre 2 ore. Di quelli divenuti per lo più “tappe turistiche”. È il mercato, le regole le creiamo noi. Se diventassimo più consapevoli e altruisti le potremmo anche cambiare.

È ora di rendersi conto che per quanto sia necessario avere le domeniche aperte per alcuni diventa necessario valutare maggiori tutele per altri. Tutele che possono essere comprese e accettate da tutti. Che possono generare rincari. Poi magari il rincaro si può limitare riducendo il numero di domeniche aperte.
E il benessere e l’economia sono salvi.

Senza paradossi.
E senza distinzioni tra Nord e Sud.

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