LIONE – “È fuori discussione che i lavori per la Tav Lione-Torino si fermino”. Ma “ogni Paese può proporre delle soluzioni alternative. Anche la Francia sta cercando dei margini di risparmio: i tagli sono auspicabili, ma non a danni del progetto”. Ovvero Parigi, se l’Italia dovesse proporre una riduzione del progetto dell’Alta velocità, non intende opporsi a priori purché venga salvata la “coerenza e l’efficacia dell’asse” e quindi la galleria di base. E per quanto riguarda un ridimensionamento delle vie d’accesso, sta valutando di fare lo stesso. Cendra Motin, deputata di En Marche eletta a Lione ed ex vicepresidente de l’Assemblée Nationale, rompe il silenzio del governo francese. Lei, rappresentante del dipartimento dell’Isère che sarebbe interamente attraversato dalla nuova tratta, dice di “aver seguito con preoccupazione” la bocciatura del consiglio comunale di Torino sulla Grande opera ed è in contatto costante con la ministra dei Trasporti Elisabeth Borne. “Mi ha garantito che si va avanti con convinzione. E lunedì 12 novembre incontrerà il ministro italiano Danilo Toninelli”. Ma non solo. Matin rivela che anche la Francia, a fronte dei numerosi finanziamenti necessari per chiudere il progetto, sta pensando a soluzioni diverse per quanto riguarda lo sviluppo dei collegamenti che porteranno alla galleria: “Le nostre casse sono vuote. Stiamo valutando se c’è un progetto intermedio che costa meno caro“. Questo però, ribadisce, non significa essere aperti al blocco totale dell’opera: “Alla fine le ragioni economiche avranno la meglio. Sul nostro territorio la richiesta è praticamente unanime”.

La Regione scalpita e accusa Macron di rallentare. E per gli eletti della Le Pen non è una priorità – Il progetto Tav Torino-Lione insomma non crea tensioni solo all’interno del governo italiano. Le perplessità sul fronte francese sono emerse fin dall’inizio del mandato di Emmanuel Macron: in un primo momento si era parlato di una pausa per valutare come procedere, poi si è tornato a dire che l’opera non è in discussione. Intanto però è passato altro tempo. Lo scontro quindi non dipende solo dalle resistenze italiane: bisogna trovare i fondi e decidere di destinarli a questo progetto e non ad altri. Contro l’esecutivo di En Marche si è schierata la Regione Auvergne-Rhone-Alpes, guidata dai Repubblicani e quindi oppositori del presidente della Repubblica: “Noi saremmo pronti a finanziare l’opera domani”, dice Yann Drevet, del cabinet del presidente della Regione, “ma Macron non è della stessa idea. Per lui non è una priorità”. Una ricostruzione che da En Marche smentiscono: “Usano i ritardi italiani per accusarci di non voler procedere, ma è falso”. Interessante notare che dalle parti del Rassemblement National, gli alleati di Salvini in Europa, sono fortemente contrari: “Certo che non è una priorità”, dice il consigliere Antoin Mellies. “La Regione dovrà investire 3 miliardi di euro e noi chiediamo che vengano destinati piuttosto al miglioramento delle reti esistenti e quindi al trasporto di prossimità”. Con loro anche gli ecologisti, che fanno fronte comune con i No Tav italiani.

I delegati alla manifestazione Si Tav a Torino e il lobbismo del Comune guidato dall’ex ministro dell’Interno – Sul fronte istituzionale però, almeno dalle parti di Lione, regna la quasi totale unanimità che si traduce in un’attività di lobbying costante. “Siamo in contatto con il Piemonte e la Lombardia”, continuano dalla Regione. “E saremo a Torino sabato alla manifestazione in favore della Tav. Stiamo facendo pressioni costanti. Noi abbiamo i fondi per realizzarla e stiamo solo aspettando che la Francia e l’Italia mantengano la loro parola. Piano b? Non esiste. Le strade sono solo due: o si fa la Lione-Torino o non si fa”. E quando si parla di lobby, non bisogna dimenticare che Lione non è una terra qualunque: è la patria di Gerard Collomb, sindaco al quarto mandato che ha teorizzato le “larghe intese a livello locale in nome della concretezza”, nonché primo sostenitore di Macron poi diventato ministro dell’Interno. Tre settimane fa si è dimesso dal governo: ufficiosamente in polemica con la linea del presidente della Repubblica, ufficialmente per preparare la sua candidatura alle prossime comunali. E di qualsiasi tipo siano ora i suoi contatti con il governo, sicuramente avrà un canale privilegiato. “Il suo impegno e il nostro per realizzare l’opera sono fuori discussione”, assicura Karine Dognine-Sauze, vice presidente della città metropolitana di Lione. “Noi stiamo lavorando per mobilitare le aziende per far capire all’Italia quanto è importante l’apertura di questo tratto”. Se le istituzioni a livello locale e regionale sono molto attive, tace per il momento la ministra che, contattata da ilfatto.it, ha detto di non voler rilasciare dichiarazioni. Non prima di vedere il ministro Toninelli e, se ci sarà bisogno, “rassicurarlo”.

I lavori e i costi – Ma cosa è già stato fatto sul versante francese? Stéphane Guggino, delegato generale del Comitato per la Transalpina, garantisce che la Francia non ha mai cambiato idea sul dossier e i lavori sono in corso mentre scriviamo: “Il cantiere è attivo, 400 persone sono al lavoro, e nella galleria di Saint Martin de la Porte si scavano 18 metri ogni giorno in direzione dell’Italia. Attualmente sono stati scavati 5300m sui 57 km totali. Mentre per quanto riguarda le altre gallerie e tunnel di collegamento ne sono già stati fatti 25 sui 162 previsti. In totale è stato realizzato il 15 per cento del progetto generale”. E intanto quanti fondi sono stati effettivamente erogati? “Fino a questo momento la Francia ha investito 400 milioni di euro“, continua Guggino. “Stando al budget, ogni anno il governo stanzia 200 milioni e così ha fatto quest’anno”. Sulla base degli accordi, in totale la Francia deve finanziare il 25 per cento della Grande opera. All’Italia spetta il 35%, mentre l’Ue mette il 40 per cento. Il costo del solo tunnel principale è stato stimato per 8,6 miliardi, ma la Corte dei conti francese nel 2012 ha rivisto il costo finale (considerate anche le vie d’accesso e le altre gallerie collegate) per 26 miliardi di euro. A settembre scorso la Commissione europea, anche alla luce delle perplessità degli attori in campo, ha proposto di investire altri 814 milioni di euro, quindi di aumentare i suoi contributi al 50 per cento del totale.

Per Guggino ci sono pochi dubbi che si debba arrivare a una soluzione e il problema ora sono solo gli italiani: “Se vogliono rivedere alcune cose a noi non importa”, continua, “purché si mantenga la struttura generale. So che già in passato avevano ridimensionato il progetto, non so dove altro si potrebbe risparmiare. Comunque se si tratta di rivedere ad esempio il rinnovo della stazione di Susa, non c’è problema”. Ma l’analisi costi-benefici chiesta dal governo Lega-M5s potrebbe dare altri risultati: “A me non preoccupa. Ci sono stati negli anni già sette studi indipendenti dello stesso tipo e hanno detto tutti che si deve procedere. Se gli esperti scelti dagli italiani sono indipendenti, allora diranno la stessa cosa. Noi non abbiamo dubbi sull’utilità sia economica che ecologica della Tav Lione-Torino”.

Le soluzioni alternative a cui pensano i francesi – Non ci sono però solo gli italiani a porsi la domanda del come riuscire a spendere meno ed uscire dall’impasse generale. Tanto che Parigi, approfittando della divisione italiana, sta valutando già alcune opzioni. “Una soluzione temporanea di cui si è discusso”, dice sempre l’eurodeputata di En Marche Motin, “è rimodernizzare la linea Dijon-Modane. Ma non può bastare: la Lione-Torino fa parte di un asse che collegherà Barcellona con la Francia e quindi la Polonia. E’ un progetto strutturale per i trasporti in Ue”. Il problema sono i fondi: “Il progetto iniziale, con le vie d’accesso e le gallerie, costa molto molto caro. A livello politico dobbiamo porci due domande. Innanzitutto, vale la pena? Metteremo 40mila tonnellate di merci su questa tratta? Se così dovremo rivedere il trasporto merci in Francia. La seconda domanda è: che effetti ci saranno per gli abitanti del territorio? La tratta Lione-Grenoble è completamente satura e quindi levare le merci da quella linea migliorerebbe molto la situazione. In quella zona i camion che attraversano la valle non lasciano respirare e il livello di inquinamento è troppo alto”. Ma continua: “Le nostre casse sono vuote. Stiamo riflettendo su come far rientrare i costi nel budget. E stiamo valutando se c’è un progetto intermedio che costa un po’ meno caro”. Detto questo però, i francesi ci tengono a ribadire che non intendono accettare che il piano fallisca. “La nostra volontà politica è chiara, non ci sono ambiguità”, ha chiuso Motin. “Ma non possiamo farlo da soli senza gli italiani. Io non mi spavento troppo, perché penso che anche il governo italiano si adeguerà alla ragione economica. Ed è quello che può salvare il progetto oggi: le imprese sono molto forti nel Nord dell’Italia e sono sicura che la loro voce sarà ascoltata”. E se invece l’intesa non dovesse arrivare? “A quel punto dovremo chiederci collettivamente cosa fare della galleria. Perché è là e la stanno bucando in questo momento. Possiamo non creare la Lione-Torino così com’era stata pensata, ma bisogna vedere come reagirà l’Europa. Non possiamo perdere tutti questi investimenti pubblici”.

Gli occhi puntati dell’Europa – Nell’Isère la faccenda viene monitorata giorno dopo giorno. E quando qualcuno arriva fino a ipotizzare l’estrema soluzione del fallimento del progetto, viene chiamata in causa l’Europa. Che è comunque l’istituzione che continua a dimostrare più convinzione sul tema. L’eurodeputata socialista Sylvie Guillaume, attualmente vicepresidente del Parlamento Ue, quando parla rievoca lo spettro della Brexit e di cosa succede a chi non rispetta gli impegni: “Rimettere in questione un progetto che è già costato cosi tanti soldi mi sembra incredibile, sia dal punto di vista della salute e dell’ecologia che naturalmente da quello economico. Le autorità italiane si prenderebbero un rischio molto grande. Anche perché gli impegni presi non cadono così da un giorno all’altro: il costo economico di fermare la Grande opera mi sembra insormontabile. Senza pensare al costo ambientale ed ecologico. L’Unione europea ha messo i soldi e ci saranno per forza delle conseguenze”. E conclude: “Io non voglio dare consigli agli italiani, ma quando vediamo il modo in cui sono state trattate e mantenute infrastrutture come il ponte di Genova, penso che bisogna guardare le cose con serietà. Parliamo della sicurezza e della salute dei cittadini”. Per Guillaume insomma, che rappresenta i socialisti sul territorio da quasi 20 anni e che quell’opera non la vedrà terminata neppure in questo mandato, gli italiani non hanno scelta. E nemmeno i francesi.