Giampiero Ventura è (già) tornato. Non che se ne sentisse molto il bisogno: dopo il disastro della mancata qualificazione ai Mondiali i tifosi italiani non erano ancora pronti per rivedere il suo profilo in panchina, riascoltare le sue conferenze stampa sempre un po’ presuntuose a prescindere dal risultato, ammirare ancora una volta il suo calcio champagne di cui non si sentiva la mancanza. Eppure “mister Libidine” non ha resistito: a distanza di neanche un anno dalla disfatta mondiale è di nuovo in sella al Chievo Verona. E sta già lasciando il segno: tre sconfitte su tre partite giocate, 0 punti in classifica, 9 gol subiti e appena 2 segnati.

Insomma, più che un gran ritorno per il momento quello di Ventura è solo un ritorno, anche piuttosto disperato. Certo, dopo il disastro con l’Italia in azzurro sparare sul suo bersaglio è diventato sport nazionale. Fin troppo semplice. Su quanto successo in azzurro inutile tornare. Sul periodaccio del Chievo, bisogna premettere che non è certo Ventura il responsabile. Da anni il Chievo Verona è una di quelle società che, confidando sul livello infimo della Serie A a 20 squadre e delle neopromosse, gioca al ribasso allestendo squadre sempre meno competitive. Quest’anno sembra aver esagerato: la difesa si regge su un paio di veterani storici (Sorrentino, Cesar) che però ormai veleggiano verso i 40 anni e un gruppo di giovani esordienti, il centrocampo ha perso anche Castro (l’elemento di maggior qualità ceduto al Cagliari), in rosa non c’è nemmeno un attaccante di razza in grado di garantire quel minimo di 10 gol a cui qualsiasi provinciale deve aggrapparsi per evitare la retrocessione. Aggiungiamoci la penalizzazione di 3 punti (appena un buffetto della Figc, ma comunque pesante per chi è in quelle condizioni) per il caso plusvalenze false, ed ecco che dopo dieci giornate di campionato i clivensi portano ancora il segno meno in classifica, staccati già dieci punti dalla zona salvezza.

Ventura, insomma, sembra più vittima che carnefice. Poi lui ci mette sempre del suo, con le interviste indisponenti (“Sono contento”, ha detto ieri dopo aver perso 2-0 in casa col Sassuolo), la saccenza tipica del personaggio: appena arrivato ha provato a fare grande calcio e possesso palla e ne ha prese 5 dall’Atalanta, rimediando la peggior figuraccia stagionale. Con le dovute proporzioni e distinguo, un po’ com’era successo anche in nazionale. La sua colpa, però, è aver accettato questa situazione disperata, in cui non a caso nessun altro allenatore quotato aveva voluto imbarcarsi. Che l’ex ct della nazionale riparta da una squadra disastrata e virtualmente già retrocessa la dice lunga su cosa ne sia stato della sua carriera: finita, senza possibilità di appello o rinascita, nell’esatto momento del fischio finale del playoff di San Siro.

A 70 anni suonati, sarebbe stato più dignitoso, rispettoso anche nei confronti di se stesso, accettarlo, piuttosto che ripresentarsi a Verona, accollandosi la responsabilità di un fallimento annunciato. Il problema è che anche per lui, come per tutti noi, quello che è successo all’Italia un anno fa è ancora inaccettabile: meglio questa agonia che chiudere con quella disfatta. Ma a distanza di quasi un mese dal ritorno, dopo tre partite giocate e tutte perse, l’ultimo risultato utile di Giampiero Ventura è ancora quello 0-0 contro la Svezia. Lo perseguiterà per sempre, comunque vada.

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