Mentre il Polo Nord fa registrare uno dei picchi minimi dell’estensione dei ghiacciai nel mese di settembre e il Gruppo intergovernativo sul riscaldamento ambientale avverte sull’ormai imminente raggiungimento di un punto di rottura, una ricerca di scienziati russi porta alla luce una nuova scoperta nell’Artico. Lo scioglimento dei ghiacci potrebbe portare alla dispersione di materiale radioattivo nei mari, un ulteriore contributo umano alla contaminazione dell’ecosistema polare.

La ricerca sul ghiacciaio Nally – I risultati di un mese di navigazione e indagine nel mare di Kara, nel circolo polare russo, del vascello Akademik Msticlav Keldysh sono piuttosto chiari. Vi sono evidenti segnali che i ghiacciai dell’arcipelago di Novaya Zemlya, contenenti materiale radioattivo risalente all’epoca dell’Unione Sovietica, si stiano sciogliendo a causa del surriscaldamento globale. La Akademik Keldysh, in missione tra agosto e settembre per raccogliere campioni radioattivi nell’arcipelago “cimitero” dei test nucleari durante la Guerra Fredda, ha navigato fino al fronte odierno del ghiacciaio Nally, lo stesso che nel 2014 si allungava in mare per due chilometri in più rispetto la sua attuale estensione. Il ghiaccio si è sciolto e ora non si può sapere cosa ci abbia restituito.

“Alte concentrazioni di radioattività” – Mikhail Flint, il vice-direttore dell’Istituto Russo di Oceanologia a capo della missione, ha parlato di “grandi concentrazioni di radioattività” che sarebbero state trasportate dai venti provenienti da sud, sino al ghiacciaio Nally, nel corso degli anni. Laddove il ghiacciaio è in movimento – e dunque almeno in parte in scioglimento – i risultati parlano di “dosi che eccedono il doppio rispetto il livello di riferimento sull’isola”. Del resto, il Novaya Zemlya non è un arcipelago come altri. La Guerra Fredda ne ha segnato indelebilmente il suo passato e quello che sarà il suo futuro, ancora per molti decenni a venire.

L’arcipelago che fu poligono per i test nucleari – Infatti fino al 1990 fu utilizzato come poligono per decine di test nucleari. Fra questi anche quello della cosiddetta Bomba Zar, da 58 megatoni, il più grande dispositivo nucleare mai fatto esplodere, detonato qui il 30 ottobre 1961. L’onda d’urto generata avrebbe fatto il giro del mondo per ben tre volte. In realtà la nave scientifica era in missione per controllare i depositi di materiale radioattivo, di derivazione civile e militare, sui fondali del mare di Kara. Ad ovest dell’arcipelago infatti l’Unione Sovietica ha continuato a utilizzare per decenni queste acque, accumulandovi materiali esausti e combustibili di vario genere. Una pratica condivisa da molti Stati che hanno sviluppato un settore nucleare a scopo civile o militare.

Il “cimitero” del nucleare russo – Un report della Federazione Russa parla di 17mila contenitori e 19 vascelli con scarti radioattivi che giacciono sul fondale di questo oceano profondo in media attorno ai 127 metri. Vista la geografia dell’Artico russo e la località più che remota, visitare questo angolo di Terra è un’impresa per pochissimi e difficile da realizzare. Anche perché oltre a raccogliere gli scarti della produzione sovietica, qui giacciono 14 reattori nucleari, cinque dei quali contenti tuttora combustibile spento. Qui si trova anche la carcassa del K-27, il primo sottomarino della sua classe, alimentato con due reattori. Una pura avanguardia militare della Marina sovietica, il cui test nel 1968 causò la distruzione e la morte di 9 marinai dell’equipaggio. Uno dei tanti segreti che aleggiano nel periodo di ostilità fra gli alleati Nato e gli Stati del Patto di Varsavia.

Twitter: @Frank_Stones

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