Sta già facendo discutere l’ultima ricerca sul possibile legame tra geni e orientamento sessuale. I risultati sono stati anticipati nei giorni scorsi, nel corso dell’incontro annuale dell’American Society of Human Genetics, ma il dibattito sul tema va avanti da almeno un quarto di secolo. A parlarne durante il convegno, come riporta la rivista Science magazine, è stato Andrea Ganna, ricercatore presso il Broad Institute di Cambridge, Massachusetts e la Harvard Medical School di Boston. Insieme ai colleghi, il ricercatore ha esaminato i dati di centinaia di migliaia di persone che hanno fornito informazioni sul Dna e sulle loro abitudini sessuali a due studi genetici: quello della Biobank del Regno Unito e quello della società privata ‘23andMe’, che si occupa di genomica e biotecnologia. Secondo Science si tratta della più grande indagine “mai elaborata sulla genetica dell’orientamento sessuale” che ha rivelato “quattro varianti genetiche fortemente associate a ciò che i ricercatori chiamano comportamento non eterosessuale”. Un tema molto delicato. “Sono lieto di annunciare che non esiste un ‘gene gay’” ha subito precisato Ganna. Ma l’indagine ha già attirato da un lato il consenso di chi, con tutte le cautele del caso, ritiene i risultati significativi per la comprensione del ruolo dei geni nella sessualità e, dall’altro, le critiche di chi giudica invece l’approccio limitativo e fuorviante. Tra questi il professore Carlo Alberto Redi, direttore del laboratorio di Biologia dello sviluppo dell’Università di Pavia. “Trovo che questi lavori – ha detto a ilfattoquotidiano.it – si basino su un approccio di tipo riduzionista per valutare un argomento che è invece estremamente complesso e che riguarda la scelta sessuale. Tutto questo, inevitabilmente, può avere ripercussioni anche sulle ideologie politiche”.

L’INDAGINE SCIENTIFICAPer lo studio sono stati analizzati i marcatori del Dna di persone che hanno risposto ‘sì’ o ‘no’ alla domanda “Hai mai fatto sesso con qualcuno dello stesso sesso?”. Sono state identificate 450.939 persone che hanno dichiarato di avere relazioni esclusivamente eterosessuali e 26.890 che, invece, hanno affermato di aver avuto almeno un’esperienza omosessuale. Lo stesso ricercatore italiano, riporta Science, ha sottolineato che ciò che chiamiamo ‘comportamento non eterosessuale’ include “un ampio spettro di esperienze sessuali”. Perché si va da chi ha rapporti esclusivamente con persone dello stesso sesso a coloro “che potrebbero aver avuto questo tipo di esperienza una o due volte nella loro vita”. I ricercatori hanno eseguito uno studio di associazione genome-wide (Gwas). Si tratta di un’indagine di tutti, o quasi tutti, i geni di diversi individui di una particolare specie per determinare le variazioni geniche tra gli individui in esame. Il risultato? Sono state cercate specifiche variazioni nel Dna, che erano più comuni nelle persone che hanno dichiarato di aver avuto almeno un’esperienza sessuale con una persona dello stesso sesso. Sono state identificate quattro di queste varianti, rispettivamnte sui cromosomi 7, 11, 12 e 15. 

NON ESISTE UN GENE GAY – Nel corso del convegno è stato lo stesso ricercatore a sottolineare come i risultati rafforzino l’idea che il comportamento sessuale umano è complesso e, quindi, non si può parlare esclusivamente di Dna. “Sono lieto di annunciare che non esiste un ‘gene gay’” ha detto. Ribadendo però: “La ‘non eterosessualità’ è in parte influenzata da molti piccoli effetti genetici”. Come riporta Science, Ganna ha ricordato che non si conosce “quasi nulla della genetica del comportamento sessuale” e che neppure queste quattro varianti genetiche identificate sono in grado di prevedere in modo affidabile l’orientamento sessuale. “Sono critico nei confronti di questi studi – spiega il professore Carlo Alberto Redi – perché si cerca di dissezionare con le tecniche genomiche un problema che trascende il genoma e che riguarda altri fattori, come l’ambiente, la cultura, dove sei nato, quello che hai studiato, come sei stato amato. Tutti questi elementi influenzano moltissimo la scelta sessuale, che non può essere ridotta a una sola componente”.

Le quattro varianti identificate sarebbero anche correlate ad alcuni disturbi dell’umore e della salute mentale. Uomini e donne con queste varianti avrebbero più probabilità di soffrire di disturbi depressivi e schizofrenia, ma per le donne le possibilità sarebbero superiori anche per quanto riguarda il disturbo bipolare. Secondo Ganna, però, questo non significa che sono le varianti a causare le patologie, ma che i disturbi potrebbero essere dovuti al fatto che chi ha rapporti ‘non eterosessuali’ ha maggiori probabilità di essere discriminato e, quindi, di soffrire di depressione.

TRA CONSENSI E CRITICHE – Lo studio è stato elogiato dal professor Dean Hamer, genetista e autore di una ricerca molto più circoscritta risalente al 1993, che utilizzava un diverso tipo di tecnica di associazione, nota come studio di collegamento genetico, suggerendo che un tratto di Dna sul cromosoma X fosse legato all’omosessualità ereditaria (collegamento non trovato nella nuova indagine).

Anche con tutte le precauzioni del caso, però, c’è chi nella comunità scientifica storce il naso, pensando al rischio di semplificazioni e persino a implicazioni di natura politica con strumentalizzazioni a discapito della comunità LGBT. Una visione condivisa anche da Redi. “Il rischio – spiega a ilfattoquotidiano.it il direttore del laboratorio di Biologia dello sviluppo dell’Università di Pavia – è quello di alimentare un pregiudizio ideologico con informazioni parziali dovute ad assunzioni sbagliate, come quella di mettere in campo una specie di metrica nel catalogare la scelta sessuale”. L’autore di ‘Genomica sociale’ critica dunque l’impostazione dello studio. “Riscontro una base di determinismo genetico – conclude – che non condivido, essendo convinto invece che il nostro Dna può essere modificato dal contesto sociale all’interno del quale ciascuno di noi vive”.

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