Il museo C’era una volta di Riofreddo a Murialdo, in provincia di Savona, è uno dei centri di documentazione etnografica più interessanti del nord Italia e meriterebbe una visita solo per l’odore di legno, di vino, di olio e farina, che emana dai suoi oggetti. Nato dalla passione degli abitanti di Murialdo per la loro storia, il “museo spontaneo” raccoglie attrezzi di ogni tipo: dalle lampade ad acetilene che illuminavano il lavoro nella miniera di grafite, alle zangole per fare il burro. Alcuni arnesi, come le “ressie”, le seghe da boscaiolo o i “graffi” e i ramponi per salire sugli alberi, raccontano un passato basato sulla fatica, ma anche su un rapporto diretto con la natura che, oggi, in qualche modo, rinasce proprio dalla sconfitta dell’industria, rendendo questa valle un posto unico per chi ami la campagna.

“È un lavoro pesante e pericoloso fare il taglialegna – dice Riccardo Righello che ha 45 anni e due figli di 9 e 12 anni – sei solo nei boschi con la motosega e bisogna avere esperienza. Io, per fortuna, ho imparato da mio suocero, ma ho dovuto inventarmi un mercato e affrontare i costi dell’attrezzatura”. Sei anni fa, Riccardo era uno dei 50 dipendenti della cartiera di Murialdo che, fallita nel 2012, oggi è una carcassa di cemento assediata dai rovi. Dopo averci lavorato per 20 anni, Riccardo, ha dovuto reinventarsi un lavoro e insieme ad altri ex-operai ha scelto di tornare alla terra o meglio ai boschi

“Dopo la chiusura della cartiera di Murialdo ho lavorato un anno a quella di Ferrania – racconta – Mi hanno assunto, ma mi son trovato male. Così me ne sono andato e ho iniziato questo lavoro. Faccio legna da ardere e pali di castagno per sostenere le reti antigrandine dei frutteti e li vendo soprattutto in Piemonte“. Gli chiedo se gli manchi il lavoro di fabbrica “Certo – risponde – ti dava una tranquillità. Qui, quando il cliente ordina il prodotto, devi farlo con qualunque tempo: caldo, freddo o pioggia, ma non tornerei indietro. Gli ultimi 10 anni alla cartiera, sono stati durissimi. Poca sicurezza. Dal tetto ci pioveva in testa. Era un disastro”.

Nella frazione di Caragna, la telecamera di Mario Molinari inquadra una serie di piccole zucche coloratissime, con una varietà di forme illimitata. “Vede queste gialle? – dice Daniele Siri – se prendo i semi di questa e li pianto, ne verrà una versione ancora diversa. Si creano degli incroci incredibili. Le zucche rosse sono le più ricercate. Queste, bianche, le chiamano ‘dischi volanti’ forse perché evocano i film sugli alieni. All’ultima fiera di Calizzano andavano letteralmente a ruba. Avrei potuto venderne tre volte tante”

Daniele, 34 anni, è fra gli ex-operai della cartiera, uno dei più giovani. Dopo la chiusura della fabbrica, ha cercato lavoro in tutta la ValBormida, ma nessuno l’ha chiamato, così ha deciso di creare uno nuovo, a partire dall’orto di famiglia: coltiva piante ornamentali e zucche da esposizione, realizzando un’agricoltura dell’allegria che, combinando estetica e tradizione, può cambiare l’umore di una casa, di una vetrina o di uno showroom, con opere d’arte naturali e a basso costo. Il campo che le produce, nel 2016 venne allagato dalla piena del Bormida e i massi lasciati dal fiume erano così’ grossi che per rimuoverli ci volle il trattore. “Qui intorno – mi dice Daniele – è pieno di terreni abbandonati. I campi più vicini al fiume, come il mio, resistono, ma se devi portar su l’acqua e non puoi lavorare con le macchine, nessuno se ne occupa. Tanti campi che a catasto son classificati come ‘prati’, ora sono pieni di alberi!”

Anche Massimo Odella lavorava per la cartiera. Faceva l’ elettricista per una ditta esterna, ma oggi, lavorando col fratello, taglia 150 quintali di legna al giorno: castagno per le vigne, legna da ardere e legname da cantieri. “Mi è sempre piaciuto fare l’elettricista – dice – ma poi è andata male. Questo lavoro è duro, ma per chi ama la natura è anche bello. Però è difficile trovare giovani che vogliano farlo”.

Rientra in questo processo di mutazione anche Gabriele Vignolo di Cairo Montenotte, sempre in ValBormida. Per 20 anni ha lavorato come ottico in un negozio, poi ha puntato tutto sull’agricoltura biodinamica. Oggi produce piante officinali come il timo, la santoreggia o la nèpeta, usati come condimento, oppure l’assenzio per aromatizzare gli alcoolici e la lavanda .“Una signora mi compra l’olio essenziale per fare un budino alla lavanda – racconta Gabriele – ne mette due gocce nell’impasto per profumarlo. Ho sempre creduto nel mondo agricolo. I miei lavoravano in fabbrica, e proprio dalle loro vite ho capito che non può esserci solo quel mondo. Io e mia moglie vogliamo mostrare che la natura può garantire delle isole felici anche in un territorio come questo”

La Casa Rossa di Gabriele funziona anche come fattoria didattica e gli oggetti più strepitosi che costruisce con i bambini – vere e proprie opere d’arte – sono i cosiddetti “bug hotel”: casette di legno e pigne, costruite – direbbero i sovranisti – per “aiutare gli insetti a casa loro”, cioè per attirare gli insetti “buoni”, come i pronubi, i bombi , le api solitarie, che aiutano l’agricoltore sia con l’impollinazione, sia perché mangiano gli àfidi, i parassiti che aggrediscono le piante. Pare i bambini si divertano un sacco a costruirle.

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