Il 17 ottobre 2017, dopo una feroce battaglia durata quattro mesi, le Forze democratiche siriane – partner a maggioranza curda sul terreno della Coalizione a guida Usa – annunciarono la vittoria nei confronti dello Stato islamico, che aveva usato gli abitanti di Raqqa come scudi umani e commesso altri crimini di guerra. Il prezzo della vittoria fu terribile: quasi l’80 per cento della città distrutto e molte centinaia di civili uccisi, la maggior parte dei quali dai bombardamenti della Coalizione.

In una lettera inviata ad Amnesty International il 10 settembre 2018, il dipartimento della Difesa Usa – le cui forze lanciarono la maggior parte degli attacchi aerei e con l’artiglieria contro Raqqa – ha scritto chiaramente che non accetta alcuna responsabilità per le vittime civili. La Coalizione non intende risarcire i sopravvissuti e i parenti dei civili uccisi e rifiuta di fornire ulteriori informazioni sulle circostanze degli attacchi che hanno fatto morti e feriti tra la popolazione civile.

Questo continuo negare e l’assenza di indagini adeguate, da parte della Coalizione a guida Usa, sulla scioccante dimensione delle vittime civili e delle distruzioni provocate a Raqqa costituiscono uno schiaffo in faccia ai sopravvissuti che cercano di ricostruire le loro vite e la loro città. Prima del rapporto “Guerra di annichilimento: devastanti perdite di vite umane a Raqqa, Siria” pubblicato da Amnesty International nel giugno 2018 e di cui avevamo parlato in questo blog, la Coalizione aveva ammesso di aver causato solo 23 vittime civili. A sua volta, incredibilmente, il ministro della Difesa del Regno Unito si ostina a difendere un’improbabilità statistica, ossia che gli attacchi aerei britannici non abbiano prodotto alcuna vittima civile.

Dopo una serie di arroganti dinieghi da parte di funzionari dell’esercito ed esponenti politici, alla fine del giugno 2018 la Coalizione è arrivata a riconoscere di aver causato altre 77 vittime civili, quasi tutte quelle documentate da Amnesty International nel rapporto uscito pochi giorni prima.

Nonostante abbia ammesso le proprie responsabilità in questi casi – oltre il triplo rispetto a quanto dichiarato in precedenza – la Coalizione continua a negare informazioni sulle circostanze in cui questi civili sono stati uccisi. In quella che ha chiamato la sua “risposta conclusiva” ad Amnesty International, il Pentagono ha poi dichiarato di non sentirsi obbligato a rispondere a ulteriori domande sulle circostanze e sulle ragioni degli attacchi che hanno ucciso e ferito così tanti civili.

In assenza di ogni tentativo degno di nota intrapreso finora dalla Coalizione d’indagare sull’impatto della loro campagna militare sulla popolazione civile di Raqqa, Amnesty International ha continuato a raccogliere ulteriori prove di vittime civili nella città, anche attraverso quattro missioni di ricerca sul campo – l’ultima delle quali appena la settimana scorsa -, le valutazioni di esperti militari e l’approfondita analisi di immagini satellitari.

Di recente, Amnesty International ha scoperto prove di casi, in precedenza non documentati, in cui attacchi della Coalizione hanno ucciso civili senza che nelle vicinanze fossero presenti uomini dello Stato islamico. Le nuove prove riguardano, tra l’altro, 20 civili delle famiglie Merbad e al-Tasfi uccisi in attacchi aerei a giugno e a settembre del 2017.

L’organizzazione per i diritti umani ha compiuto ulteriori ricerche sull’ultimo di una serie di attacchi della Coalizione in cui rimasero uccisi 39 membri della famiglia Badran e altri 10 civili. La Coalizione aveva ammesso le proprie responsabilità per 44 di queste vittime, definendo “non credibili” le accuse relative alle altre cinque.

Amnesty International è ora in grado di confermare che l’attacco del 10 settembre 2017 uccise altri due membri della famiglia Badran e altri tre civili, compreso un uomo di 70 anni che era l’ex procuratore generale di Raqqa.

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