Un asse Roma-Milano per vincere la probabile corsa a due contro l’ingombrante sfidante Marco Minniti. Nicola Zingaretti ci prova e punta all’unione delle forze fra le due principali città italiane per arrivare al vertice del Partito Democratico. I suoi, in un impeto di entusiasmo, danno già per chiuso l’accordo con Beppe Sala, sebbene il sindaco abbia più volte provato a mantenersi equidistante, nel tentativo di farsi desiderare. Più di un segnale di apertura, però, è arrivato. E la presenza di Pierfrancesco Majorino nella prima giornata della convention Piazza Grande organizzata dal governatore laziale, è stata accolta come buon auspicio. Una ventata di ottimismo in una prima giornata non entusiasmante per il popolo zingarettiano, con il reggente Maurizio Martina seduto a lungo accanto al governatore ma andato via prima del discorso conclusivo e gli altri big (tolti gli ex ministri Roberta Pinotti e Giuliano Poletti) nemmeno affacciatisi al cancello dell’ex Dogana di Roma.

L’assessore alle Politiche Sociali del Comune di Milano – cui gli organizzatori hanno riservato l’ultimo intervento prima della chiusura del padrone di casa – ha effettuato l’intervento più breve, 5 minuti o poco più, ottenendo applausi scroscianti della platea, grazie al convinto attacco a Matteo Salvini e alla sua Lega (“Dobbiamo dire basta con questo nuovo fascismo”, in riferimento alla “vergogna di Lodi”) e ai riferimenti indiretti alla stagione renziana (“Ci serve qualche cerchio magico in meno ma più capacità di guardare negli occhi la sofferenza delle persone”). L’intervento di Majorino è certamente piaciuto al popolo della Piazza Grande, così come il modello d’integrazione e assistenza sociale messo a punto a Milano attrae molte delle forze a sostegno di Zingaretti. Non è un caso, a questo proposito, se l’adesione del Pd Roma alla manifestazione di questo pomeriggio per il diritto all’abitare, organizzata dai movimenti per la casa e Unione Inquilini, sia arrivata non dal segretario romano ma da un dirigente zingarettiano.

Ora bisognerà capire se il possibile asse si concretizzerà. “Vediamo se due persone di rilievo come Zingaretti e Minniti, che non sono gli unici due candidati ma sono i più visibili, riescono a spostare il dibattito rapidamente sui contenuti”, aveva detto nei giorni scorsi Sala. Nel primo discorso di Zingaretti di contenuti se ne sono sentiti pochi, se non in un attacco al Governo per il taglio di risorse agli enti locali. “Si sta tenendo le cartucce per domani”, assicurano i suoi. “Vedrete domani”, ripetono.

Nel frattempo, la probabile candidatura di Minniti impensierisce non poco, perché mette in discussione la faticosa convergenza di personaggi come Dario Franceschini, Carlo Calenda e Paolo Gentiloni. E poi c’è il territorio, il Lazio, che va chiamato a raccolta, a cominciare dall’imminente congresso regionale. Zingaretti ha deciso di puntare tutto su Bruno Astorre, usato sicuro e campione di tessere nelle province. Un politico di forte connotazione centrista (ha militato nella Dc, nel Partito Popolare e poi nella Margherita) che molto probabilmente farà vincere la corsa alla segreteria ma che di certo – osservano gran parte dei suoi seguaci – non rappresenta “il futuro che avanza”, quel “domani” che “appartiene a chi ha il coraggio di inventarlo”, come recita lo slogan impresso nei pannelli gialli installati all’ex Dogana. Soprattutto, non lascia presagire quella netta caratterizzazione “a sinistra” che molti dei suoi invocano – anche per opporsi a Minniti – ma che Zingaretti fatica ancora a intraprendere in nome dell’inclusività che, anche oggi, è tornato a predicare.

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