Vi è un neologismo che oggidì è sulla bocca di tutti, pur essendo affatto privo di significato: trattasi del termine “multiculturalismo”, uno dei labari di quella “cultura” progressiva e politicamente corretta nella quale si riconoscono le anime miserelle “di ogni forma e di ogni età”.

Questo significante vuoto trae origine dalla mitologia stracciona del melting pot, il crogiuolo etnico che ha impastato la popolazione degli Stati Uniti d’America. Contrariamente alla più parte delle pargoleggianti metafore moderne, quella del crogiolo è involontariamente appropriata: infatti, se vi si gettano dentro scampoli di metallo disparati, quando questi raggiungeranno il punto di fusione, daranno luogo a una sorta di liquame informe, che è paragonabile a ciò che è avvenuto nella realtà sociale. Tuttavia, siccome le menti sempliciotte del villaggio globale sono state nutrite di “magnifiche sorti e progressive”, hanno imparato ad amare il modus vivendi del centro dell’Impero, indubitato e indubitabile faro di luce e di progresso, summum bonum e cuspide della modernità, turris eburnea e rifugium peccatorum di questi scampoli di eone.

Forse, nelle disperse reminiscenze della culturicchia, della quale sono stati ingozzati, come oche da foie gras, paragonano l’amorfo liquame di fusione umana ai fecondi sincretismi di altre epoche, magari all’incontro tra Gemisto Pletone e Cosimo de Medici, da cui scaturì il rinascimento fiorentino; oppure all’esilio dell’Accademia Platonica, scacciata da Giustiniano, presso la corte dell’imperatore Cosroe, da cui originò il sufismo di Sohrawardi e dei platonici d’oriente (ne scrissero Henry Corbin e Seyyed Hosein Nasr).

Già, è perfettamente comprensibile che possa sorgere questo genere di equivoco: pare evidente che la vicinanza forzata di uno spacciatore nigeriano, un venditore di carabattole bengalese e un operatore di call centre italiano, in uno squallido quartiere periferico, debba giocoforza dare luogo a qualcosa di paragonabile all’incontro di Padmasambhava coi sovrano Trhisong Detsen, in quel di Lhasa.

Questo equivoco sarebbe immediatamente disvelabile come risibile scempiaggine, se non fosse insistentemente incoraggiato dall’ottenebrante sinfonia della propaganda, che canta all’unisono le mirabolanti qualità di questo globalismo acefalo, che attecchisce come una mala erba su quelle menti semplici che si ritengono complesse (i veri semplici, in genere, sono benedetti dal buon senso), quelle che, in genere, fremono di eccitazione quando vedono lo straniero – qualsivoglia -, come se questi fosse sempre e inevitabilmente stereotipo ambasciatore di una qualche fertile cultura aliena che brama di fecondare le vecchie e stanche culture autoctone.

Naturalmente l’incontro sarà vieppiù fecondo se questi ambasciatori provengono da lande remote e misteriose, come quel continente nero del quale i nostri provincialotti idolatri del progresso hanno osservato i contorni nei filmati di National Geografic o – i più ardimentosi – dall’interno delle recinzioni dei villaggi turistici di Zanzibar o Watamu; oppure da quell’Asia imperscrutabile, evocata dai romanzi di Salgari e dall’esoterismo “alla portata dei barboncini” dei vari “centri di meditazione” che imperversano in occidente. I nostri, in genere, hanno scarsa dimestichezza col “mondo esterno”, specialmente con quelle vaste “imprese umane” che prendono il nome di “cultura” e “tradizione” e pensano, pertanto, che che questi due termini siano a significare quella paccottiglia globalizzata che fonde, in una poltiglia grigia, gli epigoni dei circassi, dei turcomanni, degli abissini e dei nubiani, che si incontravano nei caravanserragli delle vie del sale o della seta.

Purtroppo, il mondo realmente esistente è alquanto diverso dai vaneggiamenti politicamente corretti; il crogiolo globale ha liquefatto le diverse culture in quella poltiglia informe che possiamo osservare in qualsiasi metropoli del vasto mondo, nella quale milioni di menti si ingozzano dello stesso ciarpame e milioni di bocche ripetono lo stesso salmodiante “monologo collettivo (Günther Anders). Ovunque si si squadernano le stesse immagini, si odono gli stessi suoni, si adorano gli stessi idoli e si esecrano gli stessi nemici (i Milosevic, i Saddam Hussein, gli Assad, ovvero gli hostes humani generis confezionati, di volta in volta dai gangli di controllo dell’Impero).

Vano sarebbe, nel crogiuolo, parlare di flauti magici col battriano, così come, per lui, lo sarebbe parlare di Mevlana: solo Michael Jackson può unirli. Guai a nominare l’Arthasastra con l’indostano, la cui forma

Ricordiamo una cena con alcuni chirurghi provenienti dall’India, nel golfo del Tigullio. Noi, ingenui, cercammo di parlare delle Upanishad, ma loro, indifferenti al tema, erano accalorati nel commentare i fasti del recente matrimonio veneziano di una loro compatriota, rampolla di un magnate di ferriere.

Possiamo ben capire il revanchismo degli ex colonizzati, che hanno introiettato le categorie dei colonizzatori e, purtuttavia, spiace constatare l’inesorabile inverarsi dell’osservazione adorniana (Minima moralia 119) che “la morale degli schiavi è veramente cattiva, poiché è pur sempre, quella dei signori”.

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