Dieci omicidi, 15 rapine e tre bombe per loro erano roba da niente. L’operato di una banda di incapaci, di principianti: così nelle chat e durante le telefonate definivano la Nsu, il gruppo terroristico neonazista più violento della storia della Germania. Christian K. e gli altri sette membri di “Rivoluzione Chemnitz” volevano ottenere molto di più. Avevano in mente più attentati, più terrore, con l’obiettivo finale di sovvertire da destra l’ordine democratico della Repubblica federale tedesca. Questo emerge dagli elementi ora in mano agli inquirenti che hanno portato all’arresto di tutti i componenti del gruppo neonazista accusato di aver fondato un’organizzazione terroristica. “Volevano agire contro l’establishment in quanto tale, inclusi i media e i politici”, ha spiegato una portavoce del Procuratore generale federale.

Gli investigatori li stavano seguendo da settimane. Ascoltavano i loro discorsi, leggevano i messaggi in cui si parlava di rivoluzionare l’intera società tedesca e si pianificavano attentati contro “la dittatura dei media e i loro schiavi”. Gli stranieri venivano considerati solo uno degli obiettivi, ma quelli principali erano appunto politici e giornalisti: chiunque difendesse pubblicamente lo stato di diritto. Le autorità non sono in possesso di una lista di nomi e cognomi, oppure per il momento non vogliono renderla pubblica: le indagini erano ancora in una fase preliminare quando si è deciso di intervenire. Dalle discussioni intercettate è emerso infatti che già domani, 3 ottobre, nel giorno in cui in Germania si festeggia la riunificazione del Paese, erano pronti ad agire e stavano cercando di recuperare delle armi da fuoco.

Dalle chat e dalle telefonate in possesso del quotidiano bavarese Sueddeutsche Zeitung, emerge come i membri dell’autoproclamato gruppo “Rivoluzione Chemnitz” si considerassero l’élite del neonazismo tedesco. Tutti di età compresa tra i 20 e i 30 anni, si vantavano di essere le “principali menti” della Sassonia, lo Stato federale che ormai da anni è la culla dei gruppi di estrema destra della Germania. I fermati appartengono, secondo la procura, alla scena degli ultras, skinhead e neonazisti dell’area di Chemnitz, la città teatro delle proteste dell’ultradestra anti-immigranti di fine agosto scorso.

“Noi siamo il popolo”, gridava la gente in Sassonia nel 1989 mentre il muro di Berlino stava per crollare. Due decenni dopo, nello stesso Land si pianificano attentati proprio nel giorno in cui si celebra la riunificazione della Germania. “Noi siamo il popolo”, gridavano anche i manifestanti in piazza a Chemnitz. Quella marcia è stata il simbolo della ripresa che l’estrema destra tedesca sta vivendo. “Vedere i politici dell’Alternative für Deutschland camminare fianco a fianco con i militanti destra, ha fatto pensare ad alcuni di loro che fosse finalmente giunto il momento per giocarsi il tutto per tutto”, scrive la Sueddeutsche Zeitung.

Il 26 agosto è il primo giorno in cui i neonazisti si sono ritrovati in piazza nella città della Sassonia. Tra di loro c’erano anche i membri del gruppo “Rivoluzione Chemnitz”: varie foto su Facebook lo testimoniano. Ma ci sono altre due date che risultano cruciali. Una è l’11 luglio scorso: il giorno in cui Beate Zschäpe, la leader del gruppo terrorista neonazista Nsu, viene condannata all’ergastolo dal tribunale di Monaco. Mesi prima, il 7 marzo, le condanne da 4 a 10 anni per i membri del gruppo Freital, autore di attentati con materiale esplosivo contro alcuni centri per rifugiati nell’estate del 2015.

Freital è una città della Sassonia, dista poco più di 60 chilometri da Chemnitz. Gli stessi luoghi dove per 13 anni si sono nascosti Beate Zschäpe e i suoi seguaci della Nsu mentre diffondevano paura e terrore in Germania. Le sentenze non hanno però scalfito la base neonazista, ormai radicata da tempo in Sassonia, come in Turingia e in Baviera. Erano attivi da tempo in questo contesto anche i singoli membri del futuro gruppo “Rivoluzione Chemnitz”. Una pagina Facebook con lo stesso nome esiste dall’ottobre 2013. Tra i post pubblicati anche quelli riguardanti il grande concerto neonazista che si è svolto nell’estate 2017 in Turingia. Secondo gli esperti, è stata l’occasione per i militanti di fare rete e coordinarsi.

La stessa occasione che si è ripresentata a fine agosto a Chemnitz, dove si sono riuniti hooligans, movimenti islamofobi e i vari gruppi nazi. Oltre alle proteste per l’omicidio di un cittadino tedesco di origini cubane per cui, al momento, rimane indagato un siriano e alla conseguente “caccia allo straniero” per tutta la città, le manifestazioni sono state anche l’occasione in cui, secondo gli investigatori, il gruppo “Rivoluzione Chemntiz” ha preso definitivamente corpo.

Tant’è che la loro prima azione non risale a quei giorni, come emerso inizialmente, ma è successiva. I membri del gruppo scelgono il 14 settembre per svolgere quella che gli investigatori definiscono la “prova generale” per i futuri attacchi. Scendono in strada indossando guanti di pelle nera imbottiti al quarzo che stringono bottiglie di vetro. Si comportano come vigilanti e accerchiano un gruppo di ragazzi tedeschi, iracheni e pachistani, rientranti da una festa. Chiedono loro i documenti, li insultano e poi colpiscono alla testa con una bottiglia uno di loro, di 26 anni. Una “caccia allo straniero” in piena regola, avvenuta mentre pochi giorni prima l’ormai ex capo dell’intelligence interna tedesca, Hans-Georg Maassen, smentiva la cancelliera Angela Merkel e parlava di “false informazioni” riguardo a possibili rappresaglie contro i migranti. Frasi che gli sono costate la poltrona e che ora costringono il ministro dell’Interno, Horst Seehofer, a parlare di “tolleranza zero” dopo aver difeso lo stesso Maassen.

La formazione di un nuovo gruppo terroristico dimostra che il problema è stato sottovalutato, non solo da Maassen, e che il panorama nazionalsocialista “è molto più vasto di quanto emerso durante il processo di Monaco alla Nsu”, scrive il quotidiano Die Welt. Mentre la Freie Presse, che proprio a Chemnitz stampa il suo giornale, avverte: “Questa vicenda mostra quanto velocemente la mentalità presente nell’attuale clima sociale si possa trasformare in concreti piani di attacco. Queste persone non vogliono correggere la politica dei rifugiati, ma rovesciare il Paese con la forza “.

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