A leggere i battibecchi tra Roma e Bruxelles riguardo alla finanziaria verrebbe da dire “ci risiamo”. Possibile che non si riesca ad uscire da questo circolo vizioso dove la politica finanziaria ed economica di un paese come l’Italia, cioè fortemente indebitato, è sempre soggetta al vaglio dell’Unione Europea. E dato che l’approccio di quest’ultima è austerità, più austerità e ancora un po’ di austerità – si veda la Grecia a riguardo – non si riesce a formulare un’alternativa.

Prima di fare alcuni commenti “non politically correct” guardiamo i numeri. Il rapporto debito pil supera il 130 per cento e rimane il secondo più alto in Europa dopo quello greco. Il totale in termini assoluti è 2.300 miliardi di euro. Come tutti i paesi fortemente deficitari, ad esempio il Portogallo, l’Italia deve dimostrare di riuscire a ridurre il rapporto debito pil se vuole indebitarsi sul mercato internazionale a tassi accessibili, cioè non eccessivamente superiori a quelli imposti a nazioni con rapporto debito pil molto basso, ad esempio la Germania, è questo differenziale il famigerato spread. I mercati domandano l’approvazione dell’Unione Europea delle politiche economiche italiane per continuare a mantenere lo spread a livelli contenuti perché, in ultima analisi, si pensa che a garantire l’indebitamento sia tutta l’istituzione dell’Ue, ed in particolare la Bce.

E’ chiaro che nell’eventualità di un default di qualsiasi nazione ne faccia parte, che sia la Grecia, l’Italia o l’Olanda, non ci sono abbastanza soldi, né la volontà di tutti gli Stati membri di pagare i debiti degli altri, e questo spiega perché l’eurobond non esiste, e cioè l’indebitamento dell’Unione europea a nome di uno dei paesi membri. Ma il default è considerato una situazione estrema, che può essere evitata, come è avvenuto in Grecia, e quindi non viene presa in considerazione dai mercati. Per ora.

L’avvento dei movimenti e dei partiti populisti in Europa potrebbe cambiare tutte le carte in tavola. In primis, la paura dell’uscita dall’euro anche se sotto controllo continua ad esistere, nessuno si sente di mettere la mano sul fuoco che se Salvini onorerà tutte le condizioni imposte da Bruxelles se entra in rotta di collisione con la Commissione riguardo alla finanziaria ed alla politica di austerità, in altre parole nessuno è sicuro al 100 per cento che il governo italiano attuale si comporterà come quello Greco nel bel mezzo della crisi del debito sovrano.

In secondo luogo, la base portate del populismo europeo, non solo di quello italiano, chiede l’abbandono delle politiche di austerità ed il ritorno alla crescita. Ma per farlo bisogna o pagare il debito o azzerarlo, non basta ridurlo come ci ha dimostrato l’esperienza greca. Storicamente parlando la cancellazione del debito avviene attraverso conflitti armati, la guerra insomma, oppure le rivoluzioni, vedi quella Bolscevica, quando un nuovo regime rifiuta di onorare il debito di quello precedente. Non è invece mai successo che una nazione riuscisse a ripagare tutto il debito.
Morale: il debito si trascina da una generazione all’altra, noi è dalla fine degli anni Settanta inizio anni Ottanta che ci conviviamo.

Di politiche economiche ne abbiamo provate molte, quasi tutte quelle esistenti nel capitalismo, incluso l’ingresso nell’euro, ma il rapporto debito pil invece di scendere è salito. Le proposte alla Keynes del governo attuale, anche se ben intenzionate, non produrranno una crescita tanto elevata da ridurre considerevolmente il rapporto debito pil. In parte ciò è dovuto anche alla congiuntura internazionale, non dimentichiamoci che c’è una guerra dei dazi in corso tra i giganti del commercio mondiale.

C’è bisogno di una soluzione alternativa e chissà forse uno dei due partiti al governo l’ha anche discussa: tassare pesantemente la ricchezza ed il patrimonio ed usare quegli introiti per abbattere una buona percentuale del debito. Tassare a livello globale, sulla base della nazionalità: hai il passaporto allora paghi anche se le tue proprietà immobiliari sono a Londra o a New York. Invece del condono fiscale, o come vogliamo chiamarlo, arriva la “mazzata fiscale”. Si tratterebbe dell’equivalente di una rivoluzione ma senza rovesciare il sistema con le armi, soltanto con il fisco. I poteri forti naturalmente si opporrebbero ma come potrebbe l’Unione Europea o i mercati dire di no? In fondo si tratterebbe di una manovra di austerità e per rimanere nell’euro, cambierebbe solo la categoria di chi paga: i ricchi invece del popolo. Non è questo il populismo di cui tanto parla il governo italiano?

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