di Giusy Cinquemani

Questi sono giorni tristi o sono giorni né più né meno tristi del solito? Forse sono solo più numerose le possibilità del necrologio per ogni morte, di un passaggio sulle pagine di qualunque giornale, cartaceo o digitale. Questo scorriamo ogni giorno, un lungo elenco di morti che non si ha il tempo di elaborare, che sicuramente non impegneranno troppo i lettori, forse li indigneranno, ma i tempi dell’indignazione sono brevi, impulsivi, analoghi agli sfoghi.

La cosa più vicina allo sfogo psicologico-verbale, sul piano somatico, è il vomito. E non si è mai contenti di essere sorpresi dal vomito, di non riuscire a trattenerlo, se non in condizioni piuttosto serie e particolari di sofferenza, tanto meno in pubblico. Eppure lo sfogo psicologico-verbale non è, o forse non più, temuto o trattenuto. “Bisognerebbe passare da lotta continua a lutto continuo”, scrive Nino Ferro ne Le viscere della mente.

Andiamo allora all’elaborazione del lutto, che toccherà a quelli per cui quella persona – quell’oggetto diciamo noi in psicoanalisi – era presente nella vita, aveva occupato uno spazio-tempo. Ci vuole un tempo per accorgersi che un oggetto che c’era, non c’è più. Questo vale per tutti gli oggetti: persone, cose, animali, lavori, condizioni, ambienti, stati fisici, cose che prima c’erano e poi non ci sono più. Vale anche per gli oggetti più piccoli, come un gatto. “Per la perdita di un gatto gli antichi egizi entravano in lutto e si rasavano le sopracciglia. E perché la perdita di un gatto non dovrebbe essere sentita in modo acuto e profondo come qualsiasi altra? Le morti piccole sono le più tristi”, scriveva William S. Burroughs ne Il gatto in noi.

Un paio di mesi fa ho salutato la gattina che mi ha accompagnata per più di dieci anni. Osservavo, a questo proposito, che spesso il lutto non ancora elaborato, il lutto sospeso, può stare nei gesti inconsapevoli che si compiono in funzione degli oggetti assenti. In questo caso, animale assente.

Per esempio, da quando ho avuto Micetta, la notte ho preso a lasciare in casa le porte socchiuse, per abbattere la luce e i rumori, ma facendo in modo che lei potesse muoversi liberamente. I gatti non amano le porte chiuse, ne fanno un fatto di principio, cominciano a grattare a oltranza, devono potere entrare e uscire. Qualche sera fa, mentre mi accingevo a socchiuderle come al solito, anche negli ultimi due mesi da quando Micetta è morta, mi sono chiesta: “Perché non chiudo la porta? Entrerebbe meno luce e meno rumore… Ah, per Micetta! Doveva passare Micetta. Ma Micetta non c’è più”.

Ecco, adesso la porta si può chiudere. Dopo due mesi. È tanto, dice l’accelerato uomo comune digitale. È giusto, dice l’esperto, l’antico o il saggio. Questo è il tempo – o uno dei tempi – di elaborazione del lutto. Chissà in quanti altri gesti inconsapevoli viene tenuta in vita la gattina! (“Lo scopriremo solo vivendo”, cantava Lucio Battisti).

Il tempo del lutto, per la scoperta e la consumazione di questi lutti sospesi – sospesi come i caffè pagati, nei bar di Napoli, in attesa di un avventore che lo chiederà – è un tempo variabile. L’assente può rimanere presente nella gestualità del corpo per tanto tanto tempo. Non sappiamo quanto e quando l’assenza di un oggetto verrà finalmente percepita. Finalmente, non per mancanza d’affetto. Ci mancherebbe! Finalmente, come una vera consapevolezza. Finalmente come la fine di una cecità.

Purtroppo non sempre il tempo del lutto è un tempo così breve. Una volta, tanti anni fa, mi affacciai alla finestra per lanciare un pezzetto di pane alla mia cagnetta e solo mentre il pane volava e io chiamavo la cagnetta per afferrarlo, mi ricordavo sbalordita che erano anni che non c’era più! Così come qualche tempo fa, in macchina, girando un angolo stretto stretto, un signore anziano, anziché stringersi al muro per distanziarsi dall’auto, lasciava lo spazio a un’altra persona, che però non c’era. Quello spazio attorno a lui doveva essere stato occupato a lungo e ancora per lui lo era.

È bizzarra la condizione attuale, moltiplica le perdite e accorcia i tempi di elaborazione. Quanti assenti si accumulano inconsapevolmente nei nostri gesti?

@GiuCinque

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