Il rientro dalle vacanze estive ha portato con sé ondate di aumenti dei prezzi dei carburanti, tra le proteste dei consumatori e improbabili promesse di un taglio delle accise da parte del vicepremier Matteo Salvini. La prima è partita in pieno controesodo: il 28 agosto, dopo settimane di totale stasi, le compagnie presenti sulla rete hanno aumentato di un centesimo al litro i prezzi consigliati di benzina e gasolio. La seconda ondata è di martedì 4 settembre. In realtà al momento solo il market leader, Eni, ha ritoccato all’insù di un altro centesimo i prezzi di entrambi i prodotti ma come di consueto seguiranno gli altri marchi. Un litro di benzina è arrivato così a costare nei distributori fino a 1,9 euro mentre il diesel si può trovare anche a 1,8 euro/litro. Da segnalare che pure il Gpl è salito nel giro di una settimana di 3 centesimi (a circa 70 centesimi euro/litro).

“L’incremento dei prezzi dei carburanti sta avendo da settimane ripercussioni dirette per le tasche dei consumatori, con rincari a cascata in tutto il comparto dei trasporti e in quello alimentare”, commenta Carlo Rienzi, presidente Codacons, che aggiunge: “A risentirne anche il settore del turismo, con prezzi più alti non solo per gli spostamenti ma per una moltitudine di beni e servizi: non a caso le vacanze degli italiani sono costate quest’anno circa il 7% in più rispetto al 2017”.

Ma a cosa sono dovuti questi aumenti? La causa principale va ricercata nel rialzo del prezzo industriale delle materie prime e delle quotazioni internazionali di benzina e gasolio. Per quel che riguarda il Gpl, il balzo all’insù è dipeso dell’aumento dei prezzi delle importazioni dall’Algeria. Poi ci sono le strategie delle compagnie petrolifere che, oltre ad avere un certo margine di movimento sui prezzi, possono muoversi in periodi più o meno favorevoli. Ed è ovvio che quando ci sono grandi spostamenti gli introiti aumentano vertiginosamente.

In realtà però l’unico modo per ridurre significativamente il costo dei carburanti sarebbe agire sulla tassazione, intervento a cui anela la maggior parte degli automobilisti e che quindi è diventato negli anni un refrain di molti schieramenti. Il leader della Lega e vicepresidente del Consiglio Salvini in pieno agosto ha detto di voler tagliare le accise “entro l’anno”. La riduzione, ha aggiunto, “era nel programma della Lega e del centrodestra. Ora non c’è un governo monocolore, ma un governo di cui sono orgoglioso. Sto lavorando veramente bene con Di Maio e gli amici dei 5 Stelle e ovviamente bisogna equilibrare le priorità. Però rimane un mio impegno quello di tagliare le accise sulla benzina che risalgono anche a 80 anni fa”.

Salvini però non è nuovo a questo tipo di annunci, come fa notare Giovanni Paglia, ex deputato di Sel e ora esponente di LeU: “Aveva promesso che il taglio delle accise sulla benzina lo avrebbe fatto nel primo Consiglio dei ministri, poi entro l’estate, ora entro l’anno, domani chissà. Intanto da gennaio il pieno è più caro del 7%”. Effettivamente già in campagna elettorale il vice premier aveva promesso che “dal 5 marzo” (cioè subito dopo le elezioni) avrebbe tolto “le accise sulla benzina più risalenti nel tempo, come la guerra di Etiopia, la crisi di Suez o il disastro del Vajont” (che in realtà non esistono più). E dopo il voto Salvini aveva garantito: “Al primo Consiglio dei ministri, se ne avremo l’occasione, cancellare le sette accise sulla benzina che partono dal 1935 mi sembra un’operazione di verità, perché mi pare che la guerra in Etiopia sia conclusa”.

Ora bisogna aspettare la fine dell’anno per vedere se la promessa di Salvini questa volta verrà mantenuta. Ma è realistico pensare di poter tagliare le accise, considerato che nel 2017 hanno garantito allo Stato un gettito di 25,7 miliardi? Quei soldi evidentemente dovrebbero essere recuperati altrove. “Se vuoi abbassare le tasse o devi avere un risparmio di spesa oppure bisogna recuperare da qualche altra parte. E il prelievo fiscale sui carburanti è rilevante”, spiega il presidente della commissione Industria del Senato, Gianni Girotto (M5S), a ilfattoquotidiano.it.

Inoltre ha senso parlare di una riduzione del costo dei carburanti tradizionali, e quindi incentivarne l’utilizzo, in un epoca in cui si parla continuamente di decarbonizzazione, abbandono delle fonti fossili, elettrificazione del trasporto, mobilità green? Secondo il M5S no. Per l’altra anima del governo bisogna pensare a qualcosa di più strutturale, che oltre a ridurre i costi complessivi dell’energia agevoli la transizione verso una nuova società meno dannosa per l’ambiente e la salute. “Tutto sommato diminuendo il costo di un bene ne incentivi il consumo”, dice Girotto che continua: “Il costo dell’energia si abbassa puntando sull’efficienza energetica, incentivando il car sharing, il trasporto pubblico, il vettore elettrico”. Bisogna poi ridurre in generale “il costo dell’energia elettrica con l’autoproduzione, l’autoconsumo e la vendita reciproca (che in Italia è vietata) in modo tale da essere meno dipendenti dalle importazione estere”. Insomma, “il M5S (che ha sempre ripetuto “fuori dal petrolio entro il 2040”, ndr) vuole agire alla base, sulle cause del costo energia, senza dimenticare l’ambiente”.