Deve esserci un momento, dopo ogni tragedia, in cui al sicuro si trema ancora. Estirpate le macerie, tumulati i morti, implorato Dio e bestemmiato il cielo, viene la notte. Una notte qualunque e per questo spaventosa. Le domande a cui di giorno si danno le spalle come ombre trascinate ai piedi, nel buio assediano. In un letto freddo o sotto un tetto estraneo, come potranno mai esserci ancora notti qualunque? Deve essere quello il momento peggiore, col dolore di ieri che fa ancora male, col dolore di domani che fa già male.

A Genova quel momento non deve durare un istante più del necessario. Chi ha perso un marito, un figlio, una casa merita di sapere come, perché, per chi. Cicatrizzare ferite sulle quali ogni domanda è un pugno di sale. Sono vittime di Stato a cui lo Stato deve risposte; o sarebbero ingoiate due volte, dal cemento e dal segreto. Non si può morire d’autostrada.

Questo Paese ha una sete di giustizia che nemmeno immaginate. Un rivolo asciutto lo attraversa passando dalla Stazione di Bologna a Piazza Fontana, da Ustica fino al Cairo; così adesso si rischia che basti una giustizia passeggera e burrascosa a placare l’arsura.

No, la giustizia che merita Genova non sia sinonimo di gogna o di propaganda, ma ritrovi la sua accezione migliore: verità. Parola meravigliosa, che questo Paese non pronuncia da decenni per non interferire in discorsi più grandi. Se questo governo vuole dimostrare di essere diverso, non anticipi la giustizia ma migliori la giustizia, non anteponga gli interessi politici agli interessi delle vittime. Con Giulio Regeni, italiano, ha cominciato malissimo.

Quel ponte maledetto non crolli nel solito silenzio.

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