E’ bella, autentica, preziosa, piena di parole che non possono esser lasciate scivolare addosso e carica di significato la lettera aperta che Sammy Ketz, direttore dell’ufficio di Bagdad dell’Agenzia France Presse e inviato di guerra ha indirizzato ai Parlamentari europei, pubblicata, nelle ultime ore, da decine di media europei.

Fare informazione e inchieste giornalistiche di qualità – specie ma, naturalmente, non solo in zone di guerra – costa e questi costi sono sostenuti dagli editori. Non consentire agli editori di sostenere questi costi significa condannare il mondo a fare a meno dell’ossigeno che l’informazione libera, indipendente e seria rappresenta per le nostre democrazie.

Sin qui è letteralmente impossibile non condividere, parola per parola, il ragionamento di Ketz.

Il giornalismo – tutto purché di qualità – e l’informazione è pietra angolare di ogni democrazia. Senza, il futuro che ci aspetta è grigio, fosco, incerto è meno libero del nostro passato o, almeno, rischia di esserlo e tanto basta perché scongiurare questo rischia debba rappresentare una priorità di tutti, cittadini, governi, imprese comunque coinvolte nella produzione e diffusione delle informazioni, Google, Facebook e giganti del web inclusi, ovviamente.

Dove però Ketz sbaglia o, almeno, personalmente ritengo che sbagli – e lo scrivo in punta di tastiera con il rispetto che si deve a chi per anni ha rischiato la sua vita per fare informazione – è nel mettere in diretta correlazione la specifica riforma del diritto d’autore alla quale hanno lavorato le Istituzioni europee negli ultimi anni e il futuro dell’informazione. Non esiste una funzione matematica perfetta secondo la quale le ricette contenute nella proposta di direttiva europea in discussione al Parlamento europeo garantirebbe la sopravvivenza dei media, del giornalismo di qualità e dell’informazione libera.

E nessuno meglio di chi fa il lavoro di Ketz sa che raccontare un rapporto causa-effetto dove non c’è costituisce una forma di mistificazione della realtà grave che non ha niente a che vedere con la buona informazione.

Non c’è dubbio che serva una soluzione che consenta ai giornali – e ai media in generale – di continuare a fare la miglior informazione possibile e non c’è neppure dubbio che perché ciò avvenga è indispensabile anche che l’informazione sia tutelata in maniera rigorosa da ogni forma di pirateria, cannibalismo e parassitismo capace di diminuirne il valore, impoverirla, far venir meno i presupposti per la sua informazione.

Senza, peraltro, dimenticare mai che i soldi sono un presupposto necessario ma non sufficiente a fare informazione di qualità.

Quella contenuta nella proposta di direttiva europea in discussione tra Bruxelles e Strasburgo, però, non è l’unica possibile soluzione al problema e, anzi, ad essere onesti, sembra la classica cura peggiore del male. Anche a prescindere dal fatto che non esiste alcuna prova obiettiva che consenta di dire che se la proposta diventasse legge tanto basterebbe a dare un futuro al giornalismo di qualità perché la trasformazione dei media in atto va ben oltre le questioni legate ai diritti d’autore.

Abbiamo tutti – nessuno escluso – il dovere di trovare una soluzione al problema che Ketz solleva e chi, peraltro come me, è contrario a quella proposta deve avvertire quel dovere in maniera ancor più forte e pregnante perché, evidentemente, limitarsi a dire che così non funziona, per un verso non basta, per altro verso, è troppo facile e, soprattutto, rischia di rinviare la soluzione a quando potrebbe essere troppo tardi.

Le ricette, però, vanno cercate altrove.

Chi effettivamente utilizza i diritti d’autore – quelli che già esistono nell’ordinamento – di editori e giornalisti deve pagare il giusto prezzo e i governi devono combattere, senza esclusione di colpi purché nel rispetto delle regole del giusto processo, ogni forma di pirateria creando corsie preferenziali nei tribunali e nelle autorità, schierando le nuove tecnologie contro le nuove tecnologie e, soprattutto, investendo nell’educazione alla cultura dell’informazione e, in generale, della proprietà intellettuale.

La lettera di Ketz – almeno nella parte in cui spiega quanto costa e quanto prezioso il giornalismo di qualità – andrebbe fatta leggere a tutti gli studenti di ogni ordine e grado e ai loro genitori per far capire che niente – specie se democraticamente tanto prezioso – può essere gratis e che rubare contenuti e informazioni è straordinariamente più grave che rubare qualsiasi oggetto materiale perché è come inquinare l’ambiente: significa privare noi stessi e chi verrà dopo di noi di qualcosa di essenziale per la sopravvivenza del genere umano.

Ma niente scorciatoie, niente deroghe alle regole democratiche, niente forme di abdicazione di funzioni statali come la giustizia a favore di soggetti privati, algoritmi e simili così come propongono i fautori della proposta di riforma europea del diritto d’autore.

Mettiamoci attorno a un tavolo, lasciamo a casa ogni forma di pregiudizio e preconcetto, partiamo dal dato di fatto che il problema sollevato da Ketz esiste e va risolto il prima possibile e identifichiamo tutti insieme una soluzione migliore.

Nessuno può pensare che chiedere al Parlamento europeo semplicemente di bocciare definitivamente quella proposta di direttiva è una vittoria per la democrazia. Ma è allo stesso modo sbagliato pensare che fingere di ignorare le abnormi anomalie democratiche presenti in quella proposta lo sia.

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