Undici minuti per un caffè, decisamente lungo. Tanto dura un video ripreso di nascosto nell’Agenzia delle Dogane che misura il tempo impiegato dal personale per consumare una tazzina al bar interno alla sede centrale in via Mario Carucci, dove lavorano 800 dipendenti. Nulla di scandaloso, se la stessa agenzia – giusto una manciata di mesi fa – non avesse licenziato in tronco e sospeso come ladri una ventina di funzionari in alcuni uffici periferici di Roma e Milano per assenze e uscite non autorizzate in orario di servizio. Le accuse penali sono poi cadute per molti di loro, essendo stato accertato un danno inferiore ai cento euro. Nel dettaglio, il danno erariale contestato nel complesso ai 12 dipendenti dell’Ufficio Dogane Roma 1 è stato pari a 2.100 euro, agli otto del laboratorio chimico di Milano di 1.290 euro. E  qualcuno – anche in forza di cifre così modeste – bolla quei blitz condotti a cavallo tra 2015-2016 fra le operazioni mediatico-elettorali volte a compiacere il decreto Madia che entrava allora in vigore. Una norma che in due anni – secondo gli ultimi dati della Funzione Pubblica – ha portato al licenziamento di 45 persone soltanto su una platea di 3,2 milioni di dipendenti del pubblico impiego, vale a dire lo 0,0014% del totale. La classica montagna (di annunci, decreti etc) che partorisce il topolino.

Emblematico di una certa demagogia intorno al problema “assenteisti” è questo video clandestino – non l’unico in verità – realizzato da un dipendente dell’agenzia fiscale a cavallo tra il 2015 e il 2016, vale a dire proprio mentre fuori, nelle sedi distaccate di Roma e Milano, si scatenava la caccia ai colleghi “furbetti”. Le immagini documentano come mentre carabinieri e vertici di un ente nazionale si impegnavano a stanare e punire anche chi in tre mesi si assentava per 15 minuti, nessuno si chiedeva (e si chiede ancor oggi) cosa facciano mai tutti i santi i giorni gli 800 dipendenti che –  senza uscire dai tornelli e dunque senza nulla rischiare – vagolano liberamente tra 20 distributori di bevande e prodotti alimentari dislocati a livelli diversi delle varie palazzine, al servizio di caffetteria mattutina presso i locali della mensa aziendale aperto dalle 10 alle 11.30 (per chi predilige il caffé molto lungo), nonché all’edicola, alla tabaccheria, allo sportello bancomat e all’ufficio postale (2 mattine a settimana, il martedì e il giovedì). Per non discriminare i fumatori, costringendoli a uscire, c’è uno smoking point dove dar sfogo al vizio, mentre chi vuole può poi organizzare una bella festa in sala vip per celebrare insieme ai colleghi la laurea della figlia o la progressione in carriera, sempre in orario di servizio.

Non è dato sapere chi e quanti ogni giorno approfittino oltre il dovuto di queste occasioni di relax, anche se nel novero delle responsabilità i dipendenti che ne usufruiscono in buona fede non potranno essere certo assimilati ai loro dirigenti che su di loro vigilano (o dovrebbero) e che lavorando nello stesso compendio non possono (o non potrebbero) ignorare quel che accade quotidianamente. Di sicuro quelle immagini evidenziano il contrasto tra i piccoli scandali che ciclicamente emergono dalle retrovie della Pa e i roboanti impegni annunciati dalla politica. Non più tardi di un mese fa ne ha assunti di nuovi il neoministro Giulia Bongiorno che in un’intervista al Corriere della Sera ha rilanciato la linea dura evocando impronte biometriche e ispezioni a nastro.

Interessante, a tratti sorprendente, è però la posizione dell’ex direttore dell’Agenzia fiscale – da poco sostituito con Benedetto Mineo – che si è trovato ad applicare quelle misure sanzionatorie di legge che hanno contribuito ad alzare la (modesta) statistica nazionale dei repulisti. Giovanni Kessler, ex pm ed ex deputato, dall’ottobre scorso è a capo delle Dogane e Monopoli e dei suoi 11mila dipendenti. Raggiunto al telefono dal fattoquotidiano.it non sembra affatto sorpreso dalla notizia di quel video, piuttosto si dice preoccupato per lo strabismo che quelle immagini carpite ulteriormente disvelano: “Senza giustificare alcuno – dice Kessler – Il mio problema francamente non è il dipendente che si assenta mezz’ora più del dovuto. E non ho remore ad ammettere che la legge in vigore, che commina sanzioni automatiche e non gradate, finisca per colpire a pallettoni il leone e la zanzara. Personalmente ho perfino qualche dubbio che sia legittima sotto il profilo costituzionale. Il licenziamento è intervenuto nei confronti di chi ha falsificato la sua attestazione di presenza, ma se non sbaglio il danno erariale complessivamente contestato ai 12 dipendenti su Roma è nell’ordine dei mille euro, tutti insieme e per tre mesi di assenze non giustificate. Poi non so, saranno anche dei farabutti e non sta a me dirlo, ma penso che i problemi di una grande amministrazione  pubblica siano ben altri”.

E qui arriva la radiografia della patologia che poco si racconta. “Nel mio caso è avere il numero di personale adeguato alle attività da espletare per le quali spero che il nuovo governo mostri la giusta sensibilità politica investendo su Dogane e Monopoli”.  Il quadro è noto: da dieci anni l’Agenzia non assume nessuno, ma “prende personale in mobilità da altre amministrazioni che vengono chiuse o ridotte di organico, personale dunque di risulta spesso impreparato perché ti arriva magari dalla Croce Rossa e pure anziano, dunque poco motivato. Adesso stiamo cercando di bandire entro l’anno concorsi che ci porteranno ad assumere 700 persone nuove, ma sono una goccia nel mare rispetto a quelle che escono per pensionamento, un mare anche tempestoso per via della Brexit: dal 30 marzo 2019, e cioè tra meno di un anno, le attività dell’agenzia sulle dichiarazioni doganali saranno messe in crisi da un surplus di lavoro stimato nell’ordine del 20%. Se non ci saranno inserimenti di organico e investimenti si paralizzerà l’attività dei porti con conseguente danno per le imprese e l’economia. Un danno per milioni di euro, sicuramente maggiore e più preoccupante dei mille euro contestati a una dozzina di impiegati”.

Parlando di futuri concorsi una domanda è d’obbligo: cosa farà di quello da 69 dirigenti in cui i candidati scopiazzavano le tracce messe a disposizione dai commissari? “Ho visto che ne avete scritto, c’è un’indagine penale e non sta a me accertare la verità. Il pm ha concluso le indagini con una richiesta di rinvio a giudizio di due dei tre commissari e poi di un certo numero di candidati, tra cui cinque o sei che sono risultati idonei. L’udienza preliminare è fissata a novembre. Quindi abbiamo un primo punto che ci consente di prendere delle decisioni, perché è evidente l’interesse dell’amministrazione e dei partecipanti non sfiorati dall’indagine a dare seguito all’immissione in ruolo. Alla luce delle notizie dalla Procura sto valutando con l’Avvocatura dello Stato la possibilità di concludere la procedura per 64 dirigenti così che i candidati non sfiorati da alcuno sospetto comincino a lavorare, e , così che all’esito della vicenda giudiziaria i cinque candidati eventualmente prosciolti possano entrare in ruolo o viceversa, se condannati, siano sostituiti dai successivi in graduatoria. Ma temo che tutta la vicenda, che si trascina da tempo, possa finire in prescrizione senza più approdare a una situazione di chiarezza”.

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