Negli ultimi anni è andata consolidandosi la tendenza, che nell’era Franceschini è diventata quasi regola, di ammettere l’inserimento di nuova architettura all’interno dei centri storici delle città. Questo scenario – in netto contrasto con la cultura della tutela del patrimonio storico che in Italia è nata e si è sviluppata fino a essere una nostra eccellenza – sta rapidamente cambiando i connotati delle nostre cittadine: invece di recuperare in modo integrale e rigoroso piazze o intere zone monumentali, si assiste al restyling e alla rigenerazione urbana, spesso invocando il contrasto all’abbandono e al degrado dei centri storici.

Esiste quasi la convinzione che se non si interviene nelle città storiche con segni della modernità, si rischi di non essere al passo con i tempi. La piazza è il luogo dove questa tendenza è più evidente e dove si deve, ahimè, registrare un triste elenco di fallimenti e disastri. Le soprintendenze paiono piegarsi a esigenze e necessità che nulla hanno a che fare con la conservazione e la tutela (unico criterio che dovrebbe guidare le loro decisioni) e rilasciano permessi che fino a qualche anno fa sarebbero stati impensabili.

I casi più eclatanti sono:

– la tristemente nota Piazza Sordello a Mantova, con la sua mostruosa Domus che grida vendetta e che quasi tutti concordano debba essere abbattuta;
Piazza Verdi a La Spezia, già soggetta a degrado per i costi proibitivi di manutenzione, con gli archi di Daniel Buren che il sindaco Pierluigi Peracchini vorrebbe rimuovere, anche se sono ormai diventati un’attrazione da baraccone;
– il cubo di cemento (o Pavillon musicale) in via di completamento nella storica Piazza del Magistrato a San Candido, che richiama schemi architettonici a prima vista grossolani e pesanti, comunque in netto contrasto con il contesto preesistente;
– fino alla recente struttura di cemento, metallo e vetro specchiante del bar-caffeteria, una sorta di astronave “planata” nella Piazza d’Armi di fronte al Castello federiciano di Siracusa.

I nostri centri storici hanno raggiunto all’inizio del XX secolo l’equilibrio formale e spesso qualsiasi aggiunta crea un’alterazione non giustificata, percepita dai residenti come un corpo estraneo, catapultato in mezzo alla storia da archistar e politici locali in cerca di visibilità e soprintendenze timorose di essere tacciate di conservatorismo culturale.

Quando i residenti dei centri storici sono messi in condizioni di valutare per tempo gli interventi proposti, sorgono accesi dibattiti e qualche amministratore sbuffa e smania dicendo che in Italia non si riesce a far nulla, ma meglio un dibattito piuttosto che un mostro. A Trento per Piazza Mostra e a Poggibonsi per Piazza Mazzini, per esempio, comitati di residenti e Italia Nostra stanno cercando di limitare i danni di due progetti di riqualificazione che sollevano molti dubbi.

Infine, ricordiamo l’uso improprio delle piazze storiche per manifestazioni di massa, installazioni, chioschi privati, parcheggi selvaggi e quant’altro, tutto autorizzato dai fautori del’innovazione per garantire, a loro dire, la vitalità dei centri storici. Uno dei casi più contestati, è stata l’installazione a Bologna in Piazza Verdi di un container mostruoso per il Winter village, rivendicato dal Comune e dall’Università dicendo che il corretto uso degli spazzi pubblici “non passa necessariamente attraverso la presenza di arredi più o meno gradevoli”.