Un taglio del “10 per cento del costo del lavoro” che dovrebbe valere circa “300 milioni di euro l’anno“: è il bonus assunzioni in arrivo con il decreto dignità come annunciato dal vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio, nel giorno in cui si registra in Parlamento, dopo giorni di scontro acceso, una concessione al Pd, che porta a casa l’aumento delle indennità di licenziamento in sede di conciliazione. L’annuncio dei 300 milioni è accolto con scetticismo dal presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, che si è trasformato nell’avversario più fiero del ministro del Lavoro almeno su questo decreto:  “Immagino – dice Boccia – che i 300 milioni siamo solo per la trasformazione dei contratti da tempo determinato a tempo indeterminato perchè la cifra è bassa. Poi nella legge di Stabilità bisognerà scegliere. Puoi fare quello che hai detto, che costa 70 miliardi, – dice rivolto all’esecutivo – in un quinquennio e non in 6 mesi”.

Insieme a diverse altre promesse alle opposizioni, dal rinnovo della compensazione debiti-crediti della Pubblica amministrazione all’esenzione per colf e badanti dalla stretta sui contratti a termine, si concretizza la possibilità che il primo provvedimento “di peso” del governo Conte superi la prova di Montecitorio senza la necessità di mettere la fiducia. Un obiettivo caro al Movimento 5 Stelle, che ha contestato duramente, durante la scorsa legislatura, il ricorso alla fiducia dei governi di Renzi e Gentiloni. “Tutto procede come da cronoprorgamma – dice Di Maio – Non penso servirà”.

Il cronoprogramma in realtà per il momento vede una certa lentezza nelle commissioni Finanze e Lavoro che stanno lavorando al decreto. I lavori, sospesi ieri poco prima di cena, riprenderanno in mattinata con l’obiettivo di chiudere entro l’ora di pranzo. All’appello mancano circa una cinquantina di voti su emendamenti accantonati. Tra i temi sui quali è ancora attesa una riformulazione da parte dei relatori quello dei voucher per agricoltura e turismo e quelli sugli incentivi per le assunzioni stabili. All’appello manca ancora però anche la definizione del periodo transitorio per i contratti in corso. Il nodo dell’esonero per colf e badanti è stato invece rinviato all’Aula.

Nonostante le rassicurazioni, le opposizioni comunque hanno lamentano poche aperture (in particolare il Pd, ma prima dell’ok al loro emendamento di bandiera) e anche una certa dose di “approssimazione” nella nuova maggioranza, con “il governo che non era pronto nemmeno sui pareri”, come osserva dall’altra parte Sestino Giacomoni di Forza Italia. E d’altra parte è stato Silvio Berlusconi in persona a dare una bordata all’alleato (elettorale) Matteo Salvini per bloccare un decreto “scritto da chi non sa nulla di lavoro” e “destinato a distruggere posti”. “Non blocco nulla, lavoriamo a migliorarlo” è stata la replica del segretario della Lega.

A Montecitorio maggioranza e governo stanno cercando la quadra sulle modifiche da mettere in campo anche per rispondere “coi fatti” agli allarmi degli imprenditori: in primis periodo transitorio prima che le nuove regole si applichino ai contratti in essere, che dovrebbe restare come proposto da M5s e Lega fino al 30 settembre. E poi gli incentivi per le assunzioni. Tra le idee per sostenere il lavoro emerge ora anche quella di estendere l’applicazione del bonus “Resto al Sud” agli under 45 (oggi è per gli under 35), ma anche di rafforzare il bonus assunzioni nel Mezzogiorno.

Da una parte il decreto ha incorporato l’emendamento del Pd – promosso nei giorni scorsi dal segretario Maurizio Martina – per alzare l’indennità per il licenziamento ingiustificato anche in caso di conciliazione tra datore e lavoratore che porta le mensilità a un minimo di tre e un massimo di 27. Un modo, rivendica il Pd, per correggere una delle storture del testo e i “pericoli” di quello che i democratici chiamano “decreto disoccupazione”. “Siamo soddisfatti, abbiamo raggiunto l’obiettivo che ci eravamo proposti” commenta la capogruppo in commissione Lavoro Debora Serracchiani.

Meno soddisfazione viene espressa da Liberi e Uguali che in commissione Lavoro aveva presentato con Guglielmo Epifani e Luca Pastorino un emendamento per ripristinare l’articolo 18 in caso di licenziamento illegittimo. Ma la proposta di modifica è stata bocciata. “La commissione non solo ha bocciato l’emendamento – dice Epifani – ma non ha voluto neanche motivare questo atto. Così questa maggioranza cala la maschera sulle sue reali intenzioni di tutela della dignità dei lavoratori”.

Non passa nemmeno la proposta ‘salva-portaborse‘ (anche questa presentata dal Pd) che chiedeva di legare alla durata della legislatura i contratti a tempo determinato per i dipendenti dei gruppi ma anche i collaboratori diretti di parlamentari e consiglieri regionali.