Terremoto estivo alla Fiat. Un fulmine a ciel sereno che nessuno aveva previsto. Sergio Marchionne è stato ufficialmente sostituito da Mike Manley, che gestisce il marchio Jeep da diversi anni. Alla Ferrari, che Marchionne voleva continuare a guidare oltre il 2019, anno i cui il suo mandato alla Fiat scadeva, è stato nominato Luis Camilleri.

E’ chiaro che il cambio della guardia non era previsto. Le nuove nomine arrivano infatti in un momento critico, pochi giorni prima della pubblicazione dei dati relativi al secondo trimestre della Fiat Chrysler. La domanda che tutti si pongono è la seguente: ci sarà continuità oppure ci troviamo, inevitabilmente, di fronte ad un cambiamento di politiche aziendali? Si badi bene non perché la politica dell’uomo perennemente in maglione blu non ha avuto successo, al contrario perché nessuno è in grado di emularlo.

Sicuramente l’uscita di Marchionne segna la fine di un periodo di enorme successo nel settore automobilistico. Poco meno di dieci anni fa Marchionne organizzava l’acquisto da parte della Fiat della Chrysler, salvando così l’azienda americana da una bancarotta controllata dal governo degli Stati Uniti. Erano i tempi di Obama e l’allora presidente vedeva di buon occhio l’operazione nonostante membri della sua amministrazione facessero forti pressioni affinché la Chrysler crollasse e fallisse. Fu proprio Marchionne ha convincere Obama e tutti gli altri a lasciare che la Fiat la acquistasse salvando così migliaia di posti di lavoro in America. Oggi una mossa del genere forse non funzionerebbe perché l’amministrazione Trump non vedrebbe di buon occhio l’arrivo degli italiani e sicuramente non sarebbe propensa a lasciar fallire un’impresa automobilistica americana. Ma oggi, con molta probabilità, la genialità di Marchionne troverebbe altre strade per ingraziarsi la Casa Bianca.

Subito dopo l’acquisito della Chrysler Marchionne la rimise in piedi concentrandosi sulla promozione ed espansione dei marchi di nicchia Jeep e Ram, tralasciando gli investimenti sui marchi classici Dodge e Chrysler. Questa decisione, che ha coinciso con il boom degli acquisti degli Suv e pulmini negli Stati Uniti, ha fatto sì che la Fiat Chrysler raddoppiasse le vendite negli Stati Uniti dal 2009. Marchionne ha inoltre supervisionato l’ingresso in borsa del fiore all’occhiello della Fiat Chrysler, la Ferrari, che, contrariamente a quanto molti avevano previsto, ne ha fatto gravitare le azioni, dalla comparsa a piazza affari nell’ottobre 2015, il titolo si è quasi triplicato in termini di valore. Nell’ultimo anno, le azioni di Race sono aumentate del 37%.

Altro settore potenziato è stato quello dei veicoli più puliti, elettrificati e autonomi che stanno dando i loro frutti. Marchionne ha fatto risorgere uno dei più grandi nomi aziendali italiani e ha rivitalizzato Chrysler puntando sul suo intuito, guardando al futuro. Così facendo è riuscito a far fallire i due precedenti proprietari della società americana, la Mercedes Daimler e il gruppo di private equity Carberus. Ha appiattito una gerarchia inflessibile, sostituendo gli strati del middle management con la meritocrazia. Lavoratore instancabile, per anni ha dormito sul divano del suo aereo privato mentre faceva la spola tra gli uffici di Detroit, Torino e Londra, spesso nella stessa settimana. Non sarà facile sostituirlo specialmente nel mondo delle guerre dei dazi di Donald Trump.

E’ chiaro che la decisione di rimpiazzarlo è legata a gravi problemi di salute, non si poteva scegliere momento peggiore per farlo infatti. Il lavoro ed i successi riportati negli Stati Uniti potrebbero svanire sotto la scure della politica protezionistica americana, Donald Trump è imprevedibile. C’è poi ancora il mercato cinese ed asiatico da conquistare e consolidare, un potenziale enorme che Marchionne ha sempre tenuto in mente, aspettando il momento giusto per poter iniziare la penetrazione. Il nuovo management sarà in grado di farlo? Ed i mercati? Come reagiranno al cambio di guardia? Il consiglio di amministrazione della Fiat si sta già preparando ad un lunedì di fine luglio che potrebbe essere ben nero.

Con Marchionne la Fiat perde un capitano d’industria, un timoniere che nulla ha da invidiare ad Henry Ford. Anche i sindacati non possono negare questa verità. Elogiare i grandi servitori del capitalismo non è facile ed è certamente pericoloso, ma bisogna dare a Cesare quel che e’ di Cesare. Se il capitalismo deve essere ed è il modello della produzione prescelto dal sistema in cui viviamo allora che sia un capitalismo illuminato, che benefici tutti, dal grande capitale agli operai fino ai consumatori, anche se in misura diseguale. E questo era il capitalismo in cui credeva Marchionne. L’aver salvato la Chrysler dalla bancarotta e con questa mossa aver rimesso in piedi la Fiat è un successo anche e soprattutto per le tute blu di Detroit. Anche a loro il manager che nessuno ha mai visto in cravatta mancherà.

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