Interrogato nel weekend da Fox Business sull’attendibilità della Corea del Nord nel processo di denuclearizzazione, Donald Trump ha risposto di essere convinto della “serietà” di Pyongyang in virtù dell’ “ottima chimica” stabilita con Kim Jong-un durante lo storico vertice di Singapore. Le indiscrezioni trapelate recentemente sulla stampa internazionale, tuttavia, aggiungono una valanga di punti interrogativi al fumoso accordo in quattro step con cui i due leader lo scorso 12 giugno si sono impegnati a perseguire una denuclearizzazione “completa” (ma non “irreversibile e verificabile” come precedentemente richiesto da Washington) della penisola coreana in cambio di rassicurazioni sulla sopravvivenza del regime del Nord.

Negli ultimi giorni, una serie di informazioni riservate e rapporti realizzati da ricercatori indipendenti hanno fatto luce sugli sforzi messi in campo da Pyongyang per aumentare la produzione di materiale fissile e continuare a sviluppare il programma balistico in barba agli impegni presi. Secondo quattro fonti dell’intelligence statunitense ascoltate dal Washington Post, la Corea del Nord non avrebbe alcuna intenzione di cedere interamente le sue scorte nucleari. Piuttosto starebbe valutando alcuni stratagemmi per nascondere il numero di testate in suo possesso e occultare il numero delle strutture utilizzate per l’arricchimento dell’ uranio.

Stando ai servizi segreti americani l’arsenale del Regno eremita al momento vanta tra le 20 e le 60 testate nucleari. Le prove, accumulate dalla Defense Intelligence Agency (DIA) all’indomani del summit tra Kim e Trump grazie al progressivo miglioramento delle tecniche di hackeraggio contro obiettivi nordcoreani, mettono in risalto il ruolo centrale ricoperto dal complesso di Yongbyon (l’unico formalmente riconosciuto dal Nord) e quello di Kangson. Entrambi destinati all’arricchimento dell’uranio, il primo si stima abbia prodotto materiale fissile per la realizzazione di circa una ventina di ordigni il secondo – noto alla DIA fin dal 2010 – potrebbe avere una capacità addirittura pari al doppio. Secondo quanto riportato la scorsa settimana dall’autorevole sito 38 North, “immagini satellitari commerciali del 21 giugno mostrano che i miglioramenti nelle infrastrutture del centro di ricerca scientifica nucleare di Yongbyon stanno procedendo a un ritmo rapido”.

Nel vano tentativo di convincere la comunità internazionale sulle proprie buone intenzioni, lo scorso maggio Pyongyang ha provveduto a smantellare il sito di Punggye-ri – utilizzato per i suoi sei test nucleari. L’irreversibilità dell’operazione è ancora oggetto di dibattito tra gli esperti. Non sembrano esserci progressi nemmeno sul versante missilistico. Immagini satellitari contenute in un rapporto del Middlebury Institute of International Studies —citato dal Wall Street Journal— dimostrano che anche alla vigilia dell’incontro tra Kim e Trump, Pyongyang ha continuato a sviluppare il sito di Hamhung, presso cui vengono prodotti motori per vettori a combustibile solido e altre componenti fondamentali per l’espansione delle ambizioni missilistiche nordcoreane. Non solo. Nei giorni scorsi, riprese satellitari hanno smentito quanto riportato dalla Casa Bianca riguardo all’imminente chiusura di Sohae, il sito utilizzato dal Nord per testare i motori a propellente liquido per i suoi missili balistici a lungo raggio.

La domanda sorge spontanea: Pyongyang sta bluffando? Non esattamente. Come sottolineato da Bloomberg, mentre durante il vertice intercoreano di aprile e il summit di Singapore Kim Jong-un si è impegnato a interrompere i test nucleari e missilistici, nulla in realtà è stato detto sul disarmo e la produzione di combustibile. Tanto che secondo quanto affermato ai microfoni della BBC da Vipin Narang, esperto di proliferazione nucleare del MIT, nessuna delle operazioni sopra esposte tecnicamente costituisce una violazione degli accordi presi tra i leader nordcoreano e americano. L’inganno piuttosto sta nel linguaggio estremamente flessibile con cui è stato redatto il comunicato congiunto. Un punto su cui insistono da tempo i detrattori di Trump. E l’evidente spaccatura all’interno della leadership a stelle strisce non aiuta.

Le indiscrezioni rimbalzate sulla stampa anglofona coincidono con una serie di affermazioni contrastanti rilasciate dall’amministrazione statunitense sulle tempistiche del disarmo: secondo il consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton, nel migliore dei casi Washington sarebbe in grado di concludere le operazioni in un anno, mentre per il segretario di Stato Mike Pompeo — in procinto di tornare a Pyongyang  giovedì prossimo per finalizzare i termini dell’accordo— ne servirebbero circa due. I tempi potrebbero allungarsi non poco nel caso l’amministrazione Trump decidesse di seguire la roadmap proposta David Albright, presidente dell’Institute for Science and International Security, convocato nel panel di esperti a cui la Casa Bianca ha affidato la redazione di un piano di denuclearizzazione. In questo caso si parlerebbe di almeno dieci anni con una fase iniziale destinata alla compilazione di un inventario preciso sui siti, le armi, i materiali e i funzionari coinvolti nel programma nucleare.