A 13 anni i genitori l’avevano data in sposa a un suo cugino di secondo grado, che aveva il doppio dei suoi anni. E a fronte dell’ennesimo tentativo di stupro lo aveva accoltellato, uccidendolo. Noura Hussein, che era stata condannata a morte in Sudan, non sarà impiccata ma dovrà comunque scontare una condanna a cinque anni di carcere. La notizia della commutazione della pena arriva da Antonella Napoli, presidente di Italians for Darfur, organizzazione che ha raccolto un milione e 400 mila firme in calce ad un appello per salvare la giovane. “L’avvocato Ishag Ahmed Abdulaziz – ha detto – ci ha comunicato che l’appello per Noura Hussein è stato parzialmente accolto, con l’annullamento della condanna a morte emessa in primo grado. Siamo felici che la sua vita sia salva – prosegue la presidente di Italians for Darfur -, ci siamo battuti per questo e la pressione internazionale ha pesato tantissimo sulla decisione della Corte di appello di Ondurman”.

I giudici hanno trasformato la pena capitale comminata nei confronti della Hussein in una condanna a 5 anni di carcere, di cui 10 mesi già scontati. Noura è in carcere dal 3 agosto del 2017. Per la sua salvezza si erano mobilitate anche tre agenzie delle Nazioni Unite e Amnesty International, che avevano scritto al presidente sudanese Omal al Bashir per chiedere la grazia. Molte anche le petizioni lanciate in tutto il mondo all’indomani della sentenza di primo grado. “Ora, dopo questo importante risultato – conclude Napoli – attendiamo fiduciosi l’esito del ricorso alla Corte Suprema che gli avvocati del team di Noura ci hanno assicurato sarà depositato al più presto”. E i legali della ragazza sono pronti a continuare la battaglia giudiziaria “fino a quando non sarà dichiarata innocente“.

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