Italia Nostra è sempre stata contraria alla costruzione del nuovo stadio della Roma a Tor di Valle semplicemente perché l’area è sbagliata sotto molti, decisamente troppi, punti di vista. Qui ci preme sottolineare l’aspetto più generale di questa questione.

Da oltre 25 anni la pianificazione urbanistica delle città italiane è stata sostituita dalla contrattazione urbanistica tra amministrazioni pubbliche e soggetto privato. Una volta saltate le regole generali e la pianificazione, è ovvio che si aprono le porte allo scambio di favori, il commercio di influenze e tutto il corollario di pratiche che l’inchiesta della Procura della Repubblica di Roma sta indagando. L’inchiesta dovrà dimostrare eventuali illeciti ma noi contestiamo la pratica legale della contrattazione urbanistica tra pubblico e privato, i cui effetti sono plasticamente visibili nella vicenda dello stadio della Roma. Una riunione nelle “segrete stanze” non può decidere se uno stadio, una linea della metropolitana o un centro commerciale deve o non deve essere previsto in una certa area della città. Questo genere di decisioni richiedono consultazioni pubbliche e il voto nelle istituzioni democraticamente per l’approvazione dei Piani Regolatori Generali (PRG).

Come spesso succede poi, nella realizzazione dei progetti si assiste alla sparizione, uno ad uno, dei servizi inizialmente previsti e oggetto di premialità edificatoria. Varianti compiacenti fanno gradualmente strage di strade, parcheggi e servizi, arrecando un doppio danno: degrado e mancato gettito erariale.

La Roma è libera di decidere di costruire uno stadio dove meglio crede, ma entro i limiti previsti dal PRG. Deroghe o varianti devono essere motivate, chiare e basate su criteri oggettivi di pubblica utilità. Gli stadi di Torino e Udine sono stati costruiti senza grandi problemi, nei luoghi previsti, completando parte del tessuto cittadino. Se Tor di Valle non riesce a decollare è perché il progetto è sbagliato.

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