Se Livorno esiste, lo deve al fatto che la trasformarono nella città di tutti, anche degli indesiderati, dei reietti, lo deve alle leggi che portano il suo nome dal suono un po’ fanciullesco (“Livornine”) che più di 400 anni fa portarono lì “mercanti di qualsivoglia Nazione”, anche quelli che nessuno voleva, che gli altri respingevano. Gli ebrei che la Spagna perseguitava e cacciava, per esempio. Finirono proprio in quella città che non ha mai avuto un ghetto e dov’è nata una lingua tutta particolare, il bagitto. Chi ha la fortuna di visitare Livorno troverà cimiteri anche di armeni, greci-ortodossi, anglicani. Forse è un caso, ma la statua che celebra il trionfo di uno dei Medici sui pirati non viene chiamata con il nome del grande combattente su in alto, Ferdinando, ma con quelli incatenati in basso, i Quattro Mori.

Il fine era economico, il risultato è stato una città piena di spirito per secoli e per questo fiera di se stessa, a volte forse troppo, nell’immaginario ribelle con i potenti e bastian contrario. E così – in un tempo in cui si parla molto di difesa di tradizioni e di identità – un bel pezzo di gente di Livorno si è riconosciuta (forse per l’ennesima volta, forse per la prima) nelle parole del sindaco Filippo Nogarin che raccontavano delle proprie tradizioni, della propria pelle, del proprio sangue, che come quello di chi scrive arrivano da chissà dove (magari perfino da Pisa). “Questo braccio di ferro con Bruxelles non può essere fatto sulla pelle di centinaia di uomini, donne e bambini”. “Se voltiamo la testa dall’altra parte e smettiamo di essere umani, finiamo per non essere diversi dagli scafisti”. “Livorno è la città delle nazioni. E’ nata e si è consolidata come porto franco, come comunità di popoli diversi, capaci di integrarsi e crescere nel rispetto delle peculiarità di ciascuno. E’ il momento di riaffermare quali sono i nostri valori”. Invece no, evidentemente non è il momento.

In attesa di sapere quando sarà mai il momento, se non questo, per pronunciare parole così calibrate – poche, misurate – le ha cancellate per “non creare problemi al governo”. Eppure la sua, come quella dei sindaci delle città del Sud, era solo una posizione politica (non certo operativa) proprio per “riaffermare i valori” che infatti non rinnega e che rivendica anche a nome della cittadinanza che rappresenta ma in un’intervista dal tono quasi dimesso. Gli unici possibili problemi in realtà sarebbero stati per il Movimento al quale appartiene e che in questo momento è in scia alla linea di Salvini, quella “del braccio di ferro sulla pelle di centinaia di uomini, donne e bambini”, quella per cui “finiamo per non essere diversi dagli scafisti”. 

Sono i valori – forse ingenui, forse illusori, forse retorici come queste righe – che un bel pezzo di Livorno in effetti si aspetta di vedere riaffermati dal proprio sindaco, chiunque sia, soprattutto da un sindaco come Nogarin che all’inizio del mandato consegnò la cittadinanza onoraria al Dalai Lama e ospitò l’ex presidente uruguaiano Pepe Mujica.

Era l’inizio del suo, di “governo del cambiamento”. Quando i Cinquestelle vinsero le elezioni nel 2014, il direttore del Vernacoliere Mario Cardinali – lo sguardo più lucido – si fece serio e spiegò al Corriere che Livorno al Pd aveva detto ‘r budello di tu’ ma perché era “diventata la città dell’immobilismo” e aveva dimenticato i tempi “delle battaglie civili, della solidarietà e dell’amore del prossimo, del non arrendersi mai, nello sforzo di cambiare e migliorare, dell’entusiasmo, della voglia di combattere. Operai, impiegati, donne, uomini e ragazzi scendevano in piazza per difendere i diritti della gente e c’erano sindaci che li accompagnavano, li guidavano, davano impulso alle idee, davano spazio ai giovani”.

Nogarin con quel messaggio poteva farsi classe dirigente: che dirige, appunto, che “accompagna”, che “guida”, cercando di risolvere i problemi dell’integrazione in quartieri più “complicati” (che a Livorno ci sono come altrove) ma nel frattempo infischiandosene delle idee più di moda e facilone, come quella secondo la quale l’emergenza sono i neri. Nogarin tra quelle sue righe aveva detto finalmente che no, l’emergenza non sono i neri, ci sono un monte di problemi – la disoccupazione, gli sfratti, lo spaccio e le risse vicino al Voltone – ma no, l’emergenza non sono i neri. Nessuna tenuta democratica a rischio come diceva Minniti, nessun cedimento agli slogan leghisti di Renzi, nessuna invasione. Nogarin con quel messaggio poteva far partire una discussione anche all’interno del suo Movimento, aprire finalmente una breccia in un monolite solo apparente, tirarsi fuori dalla corrente in cui tutti insieme sono finiti i dirigenti del suo movimento, del governo attuale, del governo precedente, di molti Paesi europei amici di Salvini, delle istituzioni dell’Unione. Anzi, aveva capito che con quelle parole stava rappresentando – la fascia tricolore a tracolla – quella lunga storia, quel vecchio carattere, quella fierezza del bastian contrario, quella libertà della città di tutti. Invece no.

Peccato. Non per lui, che per legge è pro tempore, ma per quei valori – forse ancora suoi, di sicuro di un pezzo della città e di un pezzo d’Italia – che invece di essere riaffermati sono stati resi indicibili, sottomessi, nascosti, in qualche modo perdenti, perché cancellati con imbarazzo come se fossero uno dei messaggi bestiali comparsi sotto al suo post rimosso scritti da chi pensa che l’emergenza siano davvero i neri. Tutto a beneficio della parola di Salvini, ormai sdoganata, resa degna di essere detta oltre che pensata. Ora che forse è già molto tardi, la Lega, diventata il primo partito a Pisa, bussa alla porta della città delle Nazioni. C’è la possibilità che trovi tutto spalancato.

L’immagine in evidenza è tratta dalla pagina Facebook Laboratorio Antifascista Livornese