La politica passa anche attraverso simboli che poi si caricano di sostanza. L’incontro coi risparmiatori fregati da un sistema finanziario ingordo, bugiardo e truffaldino. Poi Sergio Bramini, l’imprenditore tradito da uno Stato che dapprima non lo ha pagato e poi lo ha inseguito fino a portargli via la casa. Bramini che diventa voce di riscatto per chi vive la fatica di essere un piccolo imprenditore. E poi i lavoratori di FedEx incrociati casualmente per strada: centinaia di licenziamenti nonostante l’ottimo stato di salute aziendale.

La loro rabbia è la stessa di chi viene lasciato a casa da aziende che macinano profitti. E infine i rider, quel popolo di lavoratori controllati da multinazionali che ti pagano quanto più cibo consegni a domicilio; quel popolo che sfugge ai radar di una economia che ha bisogno delle definizioni inglesi per coprire la vergogna di un ritorno alla casella del via perché quello si chiama peggior lavoro a cottimo. Ecco, sono bastati pochi giorni e pochi simbolici incontri per capire cosa sarà il governo del cambiamento. Il governo di gente che finora è rimasta ai lati, inascoltata.
Il lavoro diventato occupazione, in un artifizio retorico dove basta anche il peggior contratto per gonfiare le statistiche ma svuotare la dignità delle persone. Il lavoro torni a essere lavoro.

Video di Alberto Sofia

“Cosa fai di bello nella vita?” – domandava Carlo Conti al concorrente del gioco televisivo. Faccio schifo, gli rispondeva Tommaso raccontando la sua condizione di laureato disoccupato. E tutti giù a ridere perché mal comune mezzo gaudio. Così quel pezzo di trasmissione diventava virale in rete, attirando condivisioni, like e commenti.

La precarietà diventa talmente un dato di fatto, una condizione acquisita come normale, da diventare ilare e virale: ecco l’eredità con cui dobbiamo fare i conti. Senza veri contratti di lavoro, senza una busta paga ma con debiti e rate da pagare. Paradossalmente è il gioco perfetto di quel neoliberismo che ha trovato in questi decenni i suoi migliori interpreti nei governi tecnici prima e in quelli del centrosinistra dopo, governi che hanno barattato i diritti dei lavoratori, su tutti il diritto a una retribuzione che fosse equa e dignitosa, che ha concesso paghette e illuso con un indebitamento che scandisce sempre più la nostra vita a rate.

Cittadini non più liberi ma “schiavi” delle rate, dei mutui e quindi sotto lo schiaffo dello spread. I risparmi sono già stati aggrediti dalle politiche del sistema GangBank, un sistema che mira ai nostri conti corrente bellamente esposti agli appetiti di una finanza speculativa che sa bene dove c’è la carne e dove c’è l’osso. Lo ricordava bene recentemente il numero uno di banca Intesa, Carlo Messina: gli italiani hanno una grande ricchezza privata, seimila miliardi di immobili esclusi, perché eravamo un popolo di risparmiatori.

Ecco, quei risparmi devono essere tutelati. Tutelati davvero dalla ingordigia di banche che hanno smesso di camminare accanto alle famiglie e alle imprese ma preferiscono le grandi scommesse del casinò finanziario. “Risparmiamo perché nella vita non si sa mai”, ci ammonivano i nostri nonni e i nostri genitori. Quel “non si sa mai” prevedeva la possibilità di una emergenza cui far fronte. Il concorrente del gioco televisivo è il nipote cui il risparmio dei nonni e dei genitori permette di non affogare nel dramma del precariato; l’ilarità con cui commentiamo la risposta – Cosa faccio nella vita? Faccio schifo – esorcizza le nostre paure perché non è difficile specchiarsi in quelle paure. La paura di Tommaso è la stessa paura dei cinquantenni che perdono il lavoro e diventano dei fantasmi, è la paura degli imprenditori non pagati dai creditori, è la paura di chi insomma si sente uno schifo perché non ha più diritti.