Donald Trump ancora una volta convitato di pietra nei vertici internazionali. Questa volta il casus belli è stata l’escalation del presidente Usa sui dazi. Una mossa che quanto meno ha avuto l’effetto di generare una specie di unità tra i vari membri del G7, tutti uniti contro gli Usa in uno dei vertici più tesi e controversi dei tempi recenti. Al termine del quale la presidenza canadese ha diffuso il sommario degli incontri in cui, a nome dei ministri delle finanze, si afferma che “la collaborazione e la cooperazione” all’interno del forum è messa a “rischio dalle azioni commerciali di altri membri” e si chiede al segretario al Tesoro americano di riferire le preoccupazioni e la “delusione” al presidente Donald Trump.

Steven Mnuchin, la voce moderata all’interno della Casa Bianca, ha dal canto suo difeso a spada tratta le scelte presidenziali: lo fa – secondo indiscrezioni – alzando un muro di silenzio di fronte agli attacchi diretti degli alleati intorno al tavolo, per poi dire: “Parlatene con Trump”. In conferenza stampa ha poi schivato abilmente il fuoco di fila di domande sui dazi: i Paesi del G7 sono i “nostri alleati più importanti” e nel G7 “ci sono molte aree di accordo. A tutti quelli che hanno parlato del G6 più uno, dico che noi crediamo nel G7”, ha detto. “Il nostro obiettivo sono scambi commerciali giusti ed equi”, ha aggiunto Mnuchin, mettendo in evidenza come i dazi e le altre scelte dell’amministrazione non vanno lette come gli Stati Uniti che abbandonano l’economia globale.

Ma la rabbia degli alleati è chiara e palese. La reazione dell’Ue “sarà forte”, ha assicurato per esempio il ministro delle finanze tedesco, Olaf Scholz. “Non vogliamo una guerra commerciale, la palla è agli americani”, ha aggiunto il ministro delle finanze francese, Bruno Le Maire. L’Ue non è “schiava della politica interna statunitense”, ha chiosato il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker.
La spaccatura del G7 coincide con lo sbarco di Wilbur Ross, il segretario al commercio di Trump, in Cina nel tentativo di persuadere Pechino ad acquistare più beni e prodotti americani così da evitare un “guerra commerciale” e soprattutto un isolamento completo degli Stati Uniti. “Vogliamo bilanciare il deficit commerciale con la Cina e aprire la strada a cambi strutturali nel Paese: non è una questione solo di acquistare più prodotti” made in Usa, ha spiegato Mnuchin.

Dal canto suo Ross ha incontrato il vicepremier cinese Liu He, in quello che è il terzo round di trattative fra le due superpotenze mondiali. Pechino risponde con un monito: qualsiasi accordo con Washington per porre fine alla disputa commerciale “non entrerà in vigore” se l’aumento dei dazi Usa proseguirà. La posta in gioco è alta: con i dazi a Ue, Canada e Messico e il possibile scontro con la Cina, a rischio c’è la ripresa economica globale, che procede alla velocità maggiore degli ultimi sette anni. Il pericolo è quello di una brusca frenata con l’inceppamento del motore del commercio, che rischia di ripercuotersi e stravolgere anche gli equilibri geopolitici.

Un banco di prova sarà il G7 dei capi di stato a Charlevoix la prossima settimana: con le difficoltà dei ministri finanziari e dei governatori delle banche centrali a raggiungere un accordo in un vertice di scontro aperto, l’appuntamento fra i sette grandi della Terra si presenta tutto in salita. “Non voglio speculare su quello che accadrà al summit”, ha messo in evidenza Mnuchin, senza nascondere che il commercio sarà uno dei temi principali dell’incontro. E intanto Trump si affidava a Twitter per rilanciare:  “Gli Stati Uniti, finalmente, devono essere trattati in modo equo sul commercio”, ha scritto il presidente degli Stati Uniti in un tweet. “Se noi carichiamo zero su un Paese per vendere i suoi beni e loro caricano noi con il 25, il 50 o il 100% per vendere i loro, non è corretto e non può più essere tollerato – sostiene – Questo non è commercio libero o equo, è un commercio stupido“.

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